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mercoledì 11 febbraio 2015

Altri 10 indagati per l'Alaco. Coinvolte Sogesid e Nautilus.


Scatta la nuova operazione della Procura di Vibo e del Nas di Catanzaro. Si tratta di sette funzionari pubblici e tre imprenditori. Tra questi anche un ex commissario per l'emergenza ambientale. Formulate anche 16 richieste di rinvio a giudizio per il primo troncone dell'inchiesta: chiesto il processo anche per Sergio Abramo e Geppino Camo

VIBO VALENTIA - Non solo l'avvelenamento colposo delle acque destinate a migliaia di calabresi, ma anche una presunta truffa sui controlli che su quelle acque alcune società avrebbero dovuto fare per conto della Regione. È quanto ipotizzato dalla Procura di Vibo guidata da Mario Spagnuolo nell'ambito di "Acqua sporca 2", il secondo troncone dell'inchiesta condotta dal pm Michele Sirgiovanni che riguarda l'invaso artificiale dell'Alaco, un bacino gestito da Sorical che si trova sulle montagne delle Serre vibonesi e che era già stato messo sotto sequestro il 17 maggio 2012. I carabinieri del Nas di Catanzaro stanno notificando in queste ore 10 avvisi di garanzia a sette funzionari pubblici - tra cui alcuni in passato in servizio alla Regione Calabria - e a tre imprenditori ritenuti responsabili, a vario titolo, di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, avvelenamento colposo di acque, abuso d'ufficio, omissione d'ufficio e falso. I carabinieri del Nas hanno inoltre acquisito, nel corso di una perquisizione, documenti nei dipartimenti regionali Ambiente, Obiettivi strategici e Lavori pubblici, e in due società con sede a Vibo Valentia e Roma, la Nautilus e la Sogesid (società in house del ministero dell'Ambiente).
La prima tranche dell'inchiesta ha portato proprio in queste ore alla richiesta di rinvio a giudizio di altri 16 indagati tra funzionari pubblici e dirigenti Sorical. Tra questi anche il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo che, come il suo predecessore Geppino Camo, è indagato in qualità di ex presidente del cda di Sorical. Dal procedimento escono invece molti dei sindaci che in un primo momento erano stati coinvolti nell'inchiesta.
L'invaso dell'Alaco, che serve quasi tutti i comuni del Vibonese e buona parte di quelli del Catanzarese, come emerso già dall'avviso di conclusione delle indagini, non era mai stato classificato correttamente. Invece che procedere alla classificazione delle acque del bacino, infatti, nel momento in cui l'invaso è stato esaminato nell'ambito del piano di tutela della Regione erano state analizzate le acque di due fiumare affluenti. In questo modo l'Alaco era stato classificato in categoria A3, «acque potabili previo trattamento fisico e chimico spinto, affinazione e disinfezione», secondo un'attribuzione che per Nas e Procura non corrisponde al vero.
Ma ci sono anche fondi pubblici dirottati nell'indagine "Acqua sporca due". In particolare sarebbero stati utilizzati diversamente i fondi originariamente destinati all'implementazione tecnico-organizzativa dell'Arpacal. A beneficiarne sarebbe stata un'azienda privata mediante lo svolgimento di una gara d'appalto gestita da un ex commissario per l'emergenza ambientale che, per questo, risulta tra gli indagati.


di Sergio Pelaia
da Corriere della Calabria dell' 11 febbraio 2015

giovedì 30 ottobre 2014

Bonifiche fantasma in laguna, riparte l’inchiesta: nuova raffica di indagati.


Questa mattina sono stati notificati 26 avvisi di garanzia: in cima all'elenco, i tre ex commissari delegati Paolo Ciani, Gianfranco Moretton e Gianni Menchini, già indagati nella precedente indagine, e Gianfranco Mascazzini, per anni direttore generale del ministero dell'Ambiente.


UDINE - Si erano inventati un'emergenza ambientale nella laguna di Grado e Marano, per ottenere i denari dello Stato e spartirseli tra loro: decine di milioni di euro a fronte di un inquinamento inesistente, al solo scopo di riempire le tasche di amministratori e imprenditori dal Friuli e dal Veneto a Roma, negli uffici del ministero dell'Ambiente, dove la truffa era stata concepita e da dove per dieci anni (dal 2002 al 2012) ha continuato a essere manovrata.
Due anni dopo lo scandalo delle bonifiche "fantasma" e la chiusura del Commissario delegato della laguna friulana decretato dall'allora premier Monti proprio alla luce del clamoroso bluff scoperto dalla magistratura udinese, è la Procura di Roma a riproporne il teorema e tornare alla carica con una seconda tornata di avvisi di garanzia: 26 quelli in notifica da stamani, tra Nord Est e Capitale, con nomi e contestazioni vecchi e nuovi.
In cima all'elenco, i tre ex commissari delegati Paolo Ciani, Gianfranco Moretton e Gianni Menchini (politici i primi due, tecnico il terzo), già indagati nella precedente indagine friulana, e Gianfranco Mascazzini, per anni direttore generale del ministero dell'Ambiente.
Nei guai anche Giovanni Mazzacurati, l'ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e della Tethis srl di Venezia travolto dalla bufera giudiziaria sul Mose, e i legali rappresentanti delle società ingrassate a suon di finanziamenti per appalti di opere considerate adesso inutili o mai realizzate: Raffaele Greco, della cooperativa Nautilus, di Vibo Valentia, Alberto Altieri e Guido Zanovello, dello studio Altieri spa di Thiene, Vincenzo Assenza e Fausto Melli, della Sogesid srl di Roma, società in house del ministero dell'Ambiente. E, ancora, Marta Plazzotta, dirigente dell'Arpa di Udine, Massimo Gabellini, alla guida della II Direzione dell'Icram (ora Ispra) e Silvestro Greco, direttore scientifico del medesimo istituto, e Antonella Ausili ed Elena Romano, dell'istituto Ispra (già Icram) di Roma, cioè degli organi deputati a certificare lo stato di salute della laguna.
Per due terzi degli indagati, il pm romano Alberto Galanti ha formulato l'ipotesi di reato dell'associazione a delinquere, finalizzata al falso e alla truffa ai danni dello Stato. L'ammontare della truffa, contestata in concorso a tutti nei periodi di rispettiva competenza, è stato calcolato in circa cento milioni di euro. Mascazzini e altri (Menchini e le due ricercatrici dell'Ispra in un caso, tre manager di Sogesid nell'altro) sono accusati anche di abuso d'ufficio, in relazione agli interventi di messa in sicurezza della Caffaro di Torviscosa e al distaccamento presso il ministero di personale della Sogesid.
Un ulteriore filone riguarda le cosiddette "transazioni ambientali", cioè il pagamento di ingenti somme di denaro che numerosi imprenditori con immobili nel Sito d'interesse nazionale di Porto Marghera (tra cui l'Intermodale Marghera e Fincantieri) sarebbero stati costretti a scucire al ministero dell'Ambiente, che a sua volta li versava al Consorzio Venezia Nuova, per alimentare la struttura e per effetto delle quali l'obbligo di bonifica si trasferiva al dicastero stesso. Il quale, in tesi accusativa, non soltanto non vi avrebbe mai provveduto, ma avrebbe nel tempo incamerato qualcosa come più di 500 milioni di euro. Da qui, l'ipotesi del concorso in concussione a carico di Mascazzini e di suoi fedeli, oltre che di Mazzacurati.
Alle stesse conclusioni era sostanzialmente approdato già il pm di Udine, Viviana Del Tedesco, con la maxi-inchiesta culminata appunto nel 2012 nello smantellamento della struttura commissariale e nell'iscrizione sul registro degli indagati di decine di persone. A cominciare proprio dai commissari delegati e dai rispettivi staff, per i quali lo stesso magistrato aveva poi chiesto l'archiviazione. Chiusa la partita friulana, però, lo scorso marzo gli atti erano passati immediatamente ai colleghi di Roma. A chiederli era stato il procuratore capo in persona, Giuseppe Pignatone, secondo il quale l'indagine andava non soltanto ripresa, ma soprattutto estesa agli ambienti ministeriali.
Il risultato sono le quasi cento pagine scritte in questi mesi dai magistrati, ancora una volta al lavoro "in tandem" e che descrivono un sistema di finte rappresentazioni ambientali, di appalti milionari per lavori di carotaggio, analisi e bonifiche mai realizzati o semplicemente non necessari e di tangenti camuffate da transazioni ambientali.
Ad aggiungere elementi di prova all'inchiesta, oltre alla marea di intercettazioni effettuate nel corso dell'indagine, sono state le dichiarazioni raccolte da due testimoni "eccellenti": Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani Costruzioni (il grande accusatore dello scandalo sul Mose) e l'ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni.
Nell'informazione di garanzia sono rientrati anche i nomi dei soggetti attuatori che affiancarono i vari commissari delegati: come Dario Danese, Giorgio verri e Vito Antonio Ardone.
"Ripescato" anche Francesco Sorrentino, già ingegnere capo del Genio civile di Gorizia, in qualità di responsabile del Procedimento.
L'elenco degli indagati continua con Simone Fassina, dipendente della società Sviluppo Italia spa, distaccato al ministero dell'Ambiente, Andrea Barbanti, già responsabile di Thetis e consulente di Sogesid, Franco Pasquino e Giorgia Scopece, rispettivamente già commissario e dipendente di Sogesid, Maria Brotto, amministratore delegato di Thetis, Everardo Altieri, vice presidente dello studio Altieri. Nei guai, inoltre, Giampaolo Schiesaro, già avvocato dello Stato di Venezia.
Il sistema. Lui garantiva i fondi e loro, in cambio, distribuivano posti di lavoro e incarichi di consulenza ai suoi amici o a quelli segnalati dal politico di turno. E' un sistema clientelare basato su una fitta rete di collusioni tra l'ex direttore generale Mascazzini, un ristretto numero di società a lui vicine e alcuni esponenti della politica nazionale e regionale quello che emerge dalle carte dell'inchiesta sulla mala-gestione del Commissario delegato per l'emergenza socio economico ambientale della laguna di Grado e Marano.
Per pilotare il denaro pubblico a proprio piacimento e assicurarsi così “la supina ubbidienza di una corte di persone di fiducia”, Mascazzini si sarebbe avvalso di un duplice escamotage. Da una parte, ad assecondarne i piani sarebbero state le società in house al ministero dell'Ambiente (Sogesid e Sviluppo Italia) alle quali poteva assegnare le opere di cui il dicastero necessitava in assenza di gara (proprio per la loro natura pubblica), pretendendo di contro l'assunzione di persone da lui stesso individuate o indicategli dagli onorevoli, gli assessori e i ministri con i quali aveva intrallazzato. Il meccanismo sarebbe stato lo stesso messo a punto a Venezia, dove la presenza di un concessionario unico – il Consorzio Venezia Nuova – consentiva una gestione in proprio degli appalti.
Dall'altra parte, a garantire la disponibilità di “soldi sicuri e immediati” c'era il trucchetto delle transazioni ambientali. Ossia di uno strumento per rastrellare fondi dalle imprese che intendevano costruire sulle aree comprese nel Sin. Stando alle notizie raccolte dagli investigatori, per convincere le aziende a transare, alcuni funzionati ministeriali non avrebbero esitato a minacciare l'invio di ispettori e l'intervento di possibili altri fastidi burocratici su quelli o altri progetti.
Pressioni neanche troppo velate, insomma, finalizzate a indurre le aziende a non opporre resistenza alle richieste di denaro. Del ricorso a scorciatoie e metodi non proprio ortodossi gli inquirenti hanno avuto riscontro sia dalle intercettazioni, sia dalle testimonianze di persone (Baita, Orsoni e alcuni degli imprenditori sentiti) trascinate, talvolta loro malgrado, nel giro di Mascazzini.
A pagare le conseguenze della truffa e del mancato utilizzo delle erogazioni statali per gli scopi per i quali erano stati stanziati (la bonifica delle uniche sezioni di laguna realmente inquinate) sarebbe stata anche la Regione Friuli Venezia Giulia. Ossia l'ente tenuto a finanziare per oltre la metà l'attività commissariale: sia gli stipendi a tutti i componenti della struttura (fino a 30-40 mila euro l'anno, a fronte della partecipazione a qualche riunione) e ai consulenti incaricati da Mascazzini, sia le inutili attività preliminari di sistematica caratterizzazione e analisi dei sedimenti, ogniqualvolta si procedeva ai dragaggi dei canali lagunari, sul falso presupposto che fossero inquinati.
“Come avveniva su tutto il territorio nazionale – scrive il pm Galanti –, la mancata soluzione dei problemi era funzionale al mantenimento del meccanismo emergenziale e delle sue esigenze”. Così per la laguna di Grado e Marano. “Una volta ottenuti i finanziamenti – è ancora la tesi della Procura -, per la bonifica del sito nulla veniva destinato. I soldi si perdono in mille rivoli, costituiti da incarichi di progettazioni, carotaggi continui, dragaggi. Ma nulla a che vedere neanche lontanamente con attività di bonifica”. L'esempio più lampante, in tal senso, è quello riferito alla gestione Moretton (2006-2009).
“I fondi vengono dirottati verso altre opere di ripetitiva caratterizzazione dei canali navigabili – continua il pm -, dragaggi e finanziamento della struttura commissariale, oltre che di tutti i soggetti che gravitavano nell'orbita del ministero, in qualità di consulenti, ovvero negli organismi pubblici di controllo che svolgevano varie attività di monitoraggio, tanto costose, quanto fasulle”. L'obiettivo era per lo più quello di fare risultare concentrazioni di mercurio metilato superiori a quelli reali. La truffa sarebbe cominciata proprio dall'ingigantire un'emergenza ambientale che gli inquirenti ritengono limitata alla sola area dello stabilimento industriale ex Caffaro e al connesso canale Banduzzi.


di Luana De Francisco
da Il Messaggero Veneto del 29 ottobre 2014

venerdì 1 maggio 2009

Truffa allo Stato, a giudizio in 64

L’operazione avviata dalla Procura nel novembre 2006 ha portato a diversi sequestri scattati nell’aprile 2007

La decisione del gup di Vibo Valentia, Lucia Monaco. Coinvolte anche 6 aziende

VIBO VALENTIA - Ben 64 rinviati a giudizio (con fissazione della prima udienza al 23 giugno) di cui 6 aziende e 58 fra imprenditori e professionisti. Questo l’esito dell’udienza preliminare che vedeva davanti al gup di Vibo,Lucia Monaco, una notevole fetta del mondo imprenditoriale vibonese chiamata a rispondere a vario titolo di accuse come truffa ai danni dello Stato (per frode alla legge 488), malversazione ai danni dello Stato, usura, false fatturazioni per agevolare evasione fiscale e altri reati di natura finanziaria. In sostanza secondo l’accusa gli imputati, avario titolo e fra le diverse contestazioni avrebbero emesso delle fatture su transazioni di beni o servizi nella realtà inesistenti o mai prestati. Il tutto per giustificare spese e uscite connesse ai finanziamenti pubblici. Al termine dell’udienza preliminare il magistrato ha deciso di accogliere le eccezioni presentate dai difensori di Annamaria Arcella, Domenico Buccafurni, Michele Lico, Santo Lico e Caterina Ricciuto disponendo l’annullamento del decreto di fissazione dell’udienza preliminare per un vizio formale e rinviandogli atti al pm. Per Mario Antonio Arcidiacono, invece il gup ha decretato la propria incompetenza territoriale inviandogli atti alla procura di Sala Consilina. Parziale incompetenza territoriale anche per Filippo Alviano che però per alcuni capi di imputazione è stato rinviato a giudizio davanti al tribunale di Vibo. Infine, tre i prosciolti che, quindi, escono totalmente di scena dall’inchiesta avviata dal pm Sisto Restuccia e proseguita dal pm Simona Cangiano. Si tratta di Antonio Michele Bulzomì, Domenico Fuduli e Domenico Gallè per i quali i fatti contestati«non costituiscono reato». Dovranno, dunque, presentarsi innanzi al collegio penale Fortunato Mirabello (‘43), Pietro Naso (’53), Francesco Durante (‘63), Carlo Biagini (‘59), Francesco Mirabello (‘77), Antonio Bertuca (‘70), Maria P. Castagna (‘51),Saverio Caminiti (‘79), Rocco Violi (’43), Vincenzo Ceravolo(‘53), Giovanni Labate (‘56),Vincenzo Pugliese (‘76), Salvatore Vita (‘75), Giuseppe Pugliese (‘54), Giuseppe L. Ceravolo (‘51), Nazzareno Calafati(‘52), Pasquale Vangeli (‘63), Marcello Scarmato (‘73), Mario Nicolino (‘70),Bruno Vena (‘76), Giovanna Chiarello (‘79), Filly Calafati(‘75), Maria Cona Motrici(‘55), Raffaele Greco (‘60), Ernesto Temellini (‘40), Germano Caviglia (‘33), Francesco Mirabello (‘67), Giovanni P. Ceravolo (‘60), Angelo Musumeci(‘47), Domenico Strati (‘49), Giuseppe Palmieri (‘63),Gesualdo Pasceri (‘41), Giuseppe Galli, Gaetano Ascrizzi (‘63), Michele Pannia (‘73),Giuseppe Labate (‘54), Andreotti Paolo Loria (‘44), Rosario Musumeci (‘71), Angelina V. Merlino (‘40), Pasquale Martino (‘63), Francesco Schiavone (‘42), Giuseppe Di Agazio (‘64), Salvatore Ruffa (‘67), Vincenzo Carnovale (‘68), Caterina Micalizzi (‘33),Antonio Violi (‘74), Angelina Crudo (‘69), Pietro Bartuca (‘70), Michele Timpano (‘75),Michele Parrello (‘51), Francesco Amantea (‘56), Luca F. Caruso (‘74), Giuseppe De Biase (‘64), Rosario Gigliotti(‘66), Alberto Zenin (‘32), Giuseppe Vaianella (‘56), Marco Mercatante (‘ 66). Mentre le sei aziende coinvolte sono: Marenostro srl, Cooperativa san Francesco di Paola, Lab Infissi srl, Placet Inox srl,Profiltekna sas, Gel Med snc.

di Francesco Ridolfi
da "Il Quotidiano della Calabria" del 01/05/2009

“Why not”, chiesto il processo

Cade l’accusa di associazione a delinquere per il governatore e il suo predecessore. Per 7 deciderà Milano

Tra i 98 imputati ci sono big della politica regionale, tra cui Loiero e Chiaravalloti

CATANZARO - “Why not”: ultimo atto. Chiuse le indagini preliminari, messe a confronto le tesi dell'accusa con quelle della difesa, il pool di magistrati, che ha lavorato per oltre un anno sulla dirompente inchiesta ereditata dall'ex pm Luigi de Magistris, è arrivato al traguardo. E, senza risparmiare nessuno, ha fatto confluire 98 nomi in una corposa richiesta di rinvio a giudizio partita alla volta dell'ufficio Gip-Gup, dove a giorni sarà fissata l'udienza preliminare, trasmettendo, rispetto alla posizione di altri 7 indagati, gli atti alla Procura di Milano per competenza. In calce al provvedimento la firma del procuratoreEnzo Jannelli e dei sostituti procuratori Alfredo Garbati, Domenico De Lorenzo, Salvatore Curcio e Antonella Lauri, che hanno ripercorso nel dettaglio, capo di imputazione dopo l'altro, tutti gli episodi che vengono contestati agli esponenti del mondo politico e imprenditoriale che, tuttavia, si liberano dell'accusa più pesante, quella dell'associazione a delinquere che coinvolgeva a pieno titolo anche il Governatore Agazio Loiero e il predecessore, Giuseppe Chiaravalloti, tra i nomi eccellenti travolti dalla maxi-inchiesta costruita intorno a un sistema collusivo mai ipotizzato prima in Italia, che avrebbe tenuto le redini di un giro di affari che, secondo l'originario teorema accusatorio, si sarebbe concretizzato nel finanziamento illecito ai partiti e in numerose truffe, ordite grazie all'appoggio di funzionari infedeli e appartenenti ad una sedicente loggia massonica segreta mai individuata, all'ombra di un vero e proprio consociativismo, che avrebbe oltrepassato ogni confine politico, per gestire al meglio l'affare del secolo incentrato sul fiume di denaro erogato dalla Comunità europea. Sullo sfondo, le sacche di precariato intorno alle quali avrebbero costruito la propria fortuna i faccendieri di turno. Inquietanti, secondo i magistrati, gli scenari che avrebbero fatto da sfondo a quei collegamenti a doppio filo tra partiti di diversi schieramenti e tra società private e funzionari pubblici, in un contesto di presunti illeciti consumati nei settori del lavoro interinale e dell'ambiente. Numerosi e gravi i reati che, a vario titolo, rimangono in piedi nella richiesta di rinvio a giudizio e che vanno dall'abuso d'ufficio alla turbata libertà degli incanti, dalla truffa alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, dalla frode nelle pubbliche forniture al peculato, dalla corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio all'istigazione alla corruzione, dall'estorsione alla falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici. Al centro della scena, l'imprenditore Antonio Saladino, ex presidente regionale della Compagnia delle opere di Lamezia Terme nelle cui agende i carabinieri del Reparto operativo avevano trovato appuntato, su alcuni elenchi relativi a personale assunto, anche il nome di tale Loiero poi ricondotto al Governatore, il cui nome era così finito accanto a quello del suo vice di allora, Nicola Adamo, tra i primi ad essere iscritto nel registro degli indagati, in riferimento alla sussistenza di un “sodali - zio criminale, con distribuzione di ruoli tra imprenditori, professionisti e pubblici amministratori, finalizzato, attraverso la costituzione di società e/o la partecipazione in società già costituite, a percepire in modo illecito finanziamenti pubblici, per importi ammontanti a diversi milioni di euro». Quindi, a pioggia, i nomi di parlamentari, amministratori regionali in carica e della passata legislatura, tra cui Luigi Incarnato, Mario Pirillo, Pasquale Maria Tripodi e Diego Tommasi; l'ex assessore ed ex parlamentare Giuseppe Ennio Morrone; l'europarlamentare Domenico Basile; il consigliere regionale Alberto Sarra; l'ex sindaco di Catanzaro, oggi consigliere regionale Sergio Abramo; il deputato Giovanni Dima; il sindaco di Cosenza Salvatore Perugini; gli ex assessori regionali Gianfranco Luzzo e Dionisio Gallo; il consigliere regionale Franco Morelli (An). Ma anche il segretario generale della Giunta, Nicola Durante, e diversi funzionari regionali. E non manca la superteste Caterina Merante, le cui dichiarazioni si erano rivelate decisive nella prima fase all'inchiesta, che la vede sotto accusa solo per una presunta violazione delle norme in materia di occupazione emercato del lavoro, in relazione all'attività della società di lavoro interinale “Why not”.

I NOMI

ABRAMO Sergio, Catanzaro; ADAMO Nicola, Cosenza; ALOISIO Carmine, Isola Capo Rizzuto; ALUFFI Silvana, Cantù (CO); ALVARO Mario, Castrovillari; ANASTASI Pasquale, Palmi; ANDRICCIOLA Pietro, Lamezia Terme; BASILE Domenico, Vibo Valentia; BEVILACQUA Gianpaolo, Lamezia Terme; BIAMONTE Peppino, S. Pietro Apostolo (CZ); BILOTT A Gianluca, Mendicino (CS); BLOISE Raffaele, Mormanno; BORGHI Armando, Cantù (Co); BRUNO BOSSIO Vincenza, Cosenza; CACCURI BAFFA Rosario, Cosenza; CALIGIURI Renzo, Castrovillari; CALVANO Rosario, Rende; CAPOCASALE Francesco, Cosenza; CASELLI Ernesto, Diamante (CS); CEVENINI Giorgio, Pozzuoli; CHIARAVALLOTI Giuseppe, Catanzaro; CITRIGNO Pasquale, Cosenza; CONFORTI Eugenio Luigi, Marano Principato (Cs); COSTANTINO Nicola, Reggio Calabria; CUMI NO Franco Nicola, Corigliano Calabro; CURTO Aldo, Catanzaro; DE GRANO Mariangela, Vibo Valentia; DE GRANO Francesco, Vibo Valentia; DI DONNA Nadia, Cosenza; DIMA Giovanni, Rossano; DITTO Gennaro, Paola; DURANTE Nicola, Catanzaro; ESPOSITO ALFONSO, Diamante; FAGA' Maria Teresa, Catanzaro; FASCI' Saverio, Catanzaro; FRAGOMENI Giuseppe, Reggio Calabria; FRANCO Antonio Michele, Cosenza; FRANZE' Giancarlo, Lamezia Terme; FUSCO Roberto, San Giorgio del Sannio (Bn); GALLO Dionisio, Cotone; GALLUCCI Mariano, Cosenza; GARAGOZZO Nicola, Lamezia Terme; GARGANO Antonio, Palmi (RC);GATTO AntoninoGiuseppe, Rende; GAUDENZI Francesca, Cosenza; GIANNETTI Raffaele, Roma; GENTILE Giuseppe, Cosenza; GIMIGLIANO Fiorino, Cosenza; GIMIGLIANO Mario, Rende (CS); INCARNATO Luigi, Cosenza; INNOCENZI Emilio, Roma; INTRIERI Emilia, Cosenza;LACARIA Giovanni, Lamezia Terme; LA CHIMIAAntonio Alessandro,Lamezia Terme;LAVORATO Fabiano,Nicotera (W); LEMMA Domenico, Reggio Calabria; LEONE Pier Luigi, Roma; LEONETTI Rocco, Mormanno; LlLLO Giuseppe Antonio Maria, Lamezia Terme; LOIERO Agazio, Catanzaro; LOIERO Tommaso, Catanzaro; LUCIFERO Francesco, Crotone; LUZZO Gianfranco, Lamezia Terme; MACRI' Pietro, Vibo Valentia; MAGARO' Marino, Rende; MAGURNO Clara Maierà (CS);MANNA Rolando, Cosenza; MARAFIOTI Pasquale, Seminara; MARASCO Rosalia, Cosenza; MAZZA Antonio, Miglierina (CZ) MERANTE Caterina, Catanzaro; MINOIA Giambattista, Lacchiarella (MI); MONTAGNESE Michele Cinquefrondi; MORABITO Vincenzo Gianluca, Lamezia Terme; MORELLI Francesco, San benedetto Ullano (CS); MORRONE Giuseppe Ennio, Cosenza; MURACA Luigi,Catanzaro ; NOLA Giuseppe, Cassano allo Jonio; PASCALE Giuseppe, Salerno; PASTORE Renato, Asmara (Etiopia); PEGORARI Aldo,Catanzaro, PERUGINI Salvatore, Cosenza; PIRILLO Mario, Amantea (CS); PIZZINI Antonio, Paola; POMETTI Filomeno Corigliano Calabro; POSTORINO Filippo,Campo Calabro; ROMANOCesare Carlo, Bova Marina;SALADINO Antonio, Nicastro; SALADINO Francesco, Catanzaro; SALADINO Saverino, Lamezia Terme; SANESI Cristina, Prato; SARRA Alberto Vincenzo Antonio, Reggio Calabria, SAVAGLIO Sabatino, Cosenza;SCARDAMAGLIA Mario, Lamezia Terme; SCHETTINI Fabio, Roma; SCOPELLITI Rinaldo Cittanova; SIBIANO Lucia, Vico Equense; SIMONETTI Francesco Maria, Gioiosa Jonica; SPATARO Michelangelo, Cosenza; TOMMASI Diego, Cosenza; TRIPODI Pasquale Maria, Montebello Jonico (RC); TURA TIO Renzo, Padova; VACCA Luigi, San Basile (CS); VIA PIANA Antonio, Catanzaro; VIGNA Luciano, Cosenza; VIZZONE Domenico, Rosarno (RC).

di Stefania Papaleo
da "Il Quotidiano della Calabria" del 01/05/2009

giovedì 19 febbraio 2009

Bruni e Bono rinviati a giudizio

Per abuso di ufficio nelle rispettive qualità di ex presidente ed ex dirigente della Provincia

Avrebbero avvantaggiato due dipendenti a danno di un altro.

L'EX PRESIDENTE della Provincia, Gaetano Ottavio Bruni, e un ex dirigente di nomina presidenziale, Ottavio Bono, sono stati rinviati ieri a giudizio per abuso d'ufficio in concorso dal gup del Tribunale di Vibo Valentia Lucia Monaco, su richiesta del sostituto procuratore Enrica Medori. Bruni e Bono sono accusati, ciascuno in relazione all'ufficio ricoperto, di aver abusato del loro potere per recare un ingiusto vantaggio a due dipendenti della Provincia, recando nel contempo un danno ad un altro dipendente ed all'amministrazione stessa. La vicenda è complessa e risale al 2004, periodo in cui Bruni fu rieletto presidente della Provincia e vennero rinominati alcuni dirigenti. Fra questi, Armanda De Sossi e Antonio Vinci, ai quali, secondo la pubblica accusa, Bruni e Bono hanno procurato, con il loro comportamento un ingiusto vantaggio patrimoniale “consistito nell'aver mantenuto senza titolo per diversi anni in disponibilità i posti di ruolo categoria D3 assegnati a predetti, non consentendone la vacanza e quindi l'assegnazione a terzi mediante pubblico concorso”, e ciò contro quanto prescrive il testo unico sul pubblico impiego che prevede il divieto di cumulo di incarichi all'interno della Pubblica Amministrazione. La De Sossi, spiega l'accusa, nel 1999,con Bruni appena eletto presidente di Provincia, venne da questi nominata dirigente e quindi fece richiesta di aspettativa senza assegni. La richiesta, per legge, non avrebbe potuto essere accettata ed invece fu accolta dal dirigente degli Affari Generali Ottavio Bono, il quale firmò la relativa determina. Dopo quattro anni, il primo settembre 2004 (all'inizio del secondo mandatodi Bruni), scrive il pm Medori (ieri sostituita dal pm Francesco Rotondo), Bruni e Bono “procedevano a riammettere la predetta De Sossi nel ruolo categoria D3 dopo 5 anni, qualificando la richiesta di aspettativa del 1999 quale istanza di dimissioni”, con contestuale modifica della determina fatta 5 anni prima. In tal modo, però, anziché sanare l'illecito precedente ne è stato commesso un secondo, perché secondo la legge (127/97) la riassunzione può avvenire soltanto entro 30 giorni dalle dimissioni. Subito dopo, scrive ancora il pm, la funzionaria si è di nuovo dimessa al fine di poter essere rinominata dirigente, salvo essere nuovamente riammessa in servizio come funzionaria (nel novembre 2005). Quanto a Vinci, continua l'accusa, dopo il suo trasferimento da altro ente (Consorzio di Bonifica) avvenuto nel 2002, appena divenuto funzionario categoria D3 della Provincia egli si dimise per assumere l'incarico da dirigente, per poi essere riammesso in servizio come funzionario due anni dopo (2004) e 15 giorni dopo si è ancora dimesso per poter di nuovo essere nominato dirigente. Ma siccome la riammissione in servizio avvenne dopo due anni e quindi ben oltre i 30 giorni previsti dalla legge, anche in questo caso gli autori dei presunti atti illeciti sono stati rinviati a giudizio per abuso d'ufficio in concorso. In pratica, quindi, Bruni e Bono sono accusati di aver permesso a De Sossi e Vinci di essere nominati dirigenti senza essere costretti a dimettersi da funzionari, come vuole la legge che prevede la risoluzione immediata del rapporto di lavoro precedente per chi diviene dirigente. Così, De Sossi e Vinci si sono trovati nella posizione privilegiata di poter occupare due posti ciascuno nella Provincia, uno da dirigente ed uno (indebitamente congelato a loro favore) di funzionario. In questo modo, inoltre, Bruni e Bono avrebbero impedito ad altri di poter legittimamente aspirare a due posti da funzionari, che avrebbero dovuto essere lascianti vacanti ed invece non lo erano. Tra i danneggiati da questo comportamento, quindi come persona offesa, agli atti del procedimento risulta un funzionario, Gianluca Contartese, che secondo il suo legale (avvocato Rita Parentela) essendo arrivato secondo in un concorso pubblico del 2000 e poi essendo stato assunto a parttime 18 ore alla Provincia per scorrimento di graduatoria nel 2002, “non ha potuto esercitare il suo diritto, fin dall'inizio della sua assunzione, alla trasformazione del rapporto di lavoro da part time a tempo pieno, pur ricorrendone tutti i presupposti”. Il gup ha accolto la tesi della Parentela, considerando Contartese persona offesa da reato e quindi ammettendo la sua costituzione di parte civile nel processo che inizierà nel prossimo aprile. Nella lista delle persone (giuridiche) offese c'è anche l'Amministrazione provinciale, che però non si è costituita parte civile.

di R. V.
da "Il Quotidiano della Calabria" del 19/02/2009

Dirigenti "intoccabili". A giudizio Bruni e Bono.

Provincia di Vibo, processo per ex presidente e funzionario.

Il gup Lucia Monaco, accogliendo la richiesta avanzata dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia, ha disposto ieri il rinvio a giudizio dell’ex presidente della Provincia Gaetano Ottavio Bruni e dell’ex dirigente agli Affari generali Ottavio Bono, imputati per abuso d’ufficio in concorso nell’ambito di un procedimento penale istruito dal pm Enrica Medori. Il processo a loro carico si aprirà il prossimo 21 aprile. A Bruni e Bono si imputa di aver procurato «intenzionalmente », a due dirigenti dell’ente assunti a tempo determinato - Armanda De Sossi e Antonio Vinci -, un «indebito vantaggio patrimoniale costituito dall’aver mantenuto senza titolo per diversi anni in disponibilità i posti di ruolo categoria D3 non consentendone la vacanza e quindi l’assegnazione a terzi mediante pubblico concorso». Ciò sarebbe stato possibile attraverso un singolare valzer di collocazioni in aspettativa e dimissioni. Il “trucco” è riassunto nella contestazione prodotta dal pm Enrica Medori, ieri in udienza preliminare sostituita dal collega Francesco Rotondo. Bruni e Bono, avrebbero collocato in «aspettativa senza assegni» la dirigente Armanda De Sossi, funzionario contabile, con determina 175/99 e, contestualmente, avrebbero nominato la stessa dirigente per «il quinquennio 1999- 2004 (fino al 31.08.04)». Quindi, in «aperto contrasto con il divieto di cumulo degli incarichi», con determina numero 82 dell’1 settembre 2004, Bruni e Bono «rimettevano la predetta De Sossi in posto di ruolo categoria D3 dopo cinque anni, qualificando la richiesta di aspettativa del 1999 quale istanza di dimissioni», in contrasto quindi con le norme che regolamentano la «riammissione in servizio a seguito di dimissioni ». Ma due settimane dopo, il presidente della Provincia e il dirigente agli Affari generali avrebbero accettato nuove dimissioni della stessa dirigente De Sossi per «consentirle nuovamente, a far data dal 16.09.2007, di stipulare un nuovo contratto di lavoro a tempo determinato con funzione dirigenziale». Inoltre avrebbero proceduto a «riammetterla in servizio in data 4.11.05 nell’organico di categoria D3 con contestuale revoca delle dimissioni precedentemente assegnate, per poi investire nuovamente la predetta di ulteriore incarico dirigenziale in atto fino al 31.12.06». In pratica un complesso escamotage per cristallizzare a tempo “indeterminato” una posizione dirigenziale solo sulla carta a tempo “determinato”. Lo stesso sistema sarebbe stato adottato in relazione alla posizione di un altro funzionario, Antonio Vinci. Bruni e Bono, infatti, avrebbero «autorizzato - è scritto nella contestazione - in data 30.01.02 il trasferimento in mobilità del dr. Vinci Antonio dal Consorzio di bonifica integrale al settore Affari generali della Provincia». Poi, «dovendo assegnare un posto da funzionario cat. D3», gli imputati «accettavano le dimissioni presentate in data 31.01.02 dallo stesso Vinci dal posto di ruolo cat. D cui era stato ammesso il giorno prima per conferirgli a far data dall’1.02.02 un incarico dirigenziale a tempo determinato », cui seguiva a distanza di circa due anni ed in contrasto con la norma, la «revoca delle dimissioni presentate nel 2002 e la riammissione in servizio con determina n.81 dell’1.09.04 nel posto di ruolo categoria D3, per poi procedere nuovamente ad accettazione delle dimissioni in data 15.09.04 e successivo conferimento incarico dirigenziale a partire dal 16.09.04 e fino al 31.12.06». L’inchiesta del pm Medori ha avuto inizio dopo una denuncia presentata dal dipendente della Provincia di Vibo Gianluca Contartese l’1 agosto del 2006. Dello stesso dipendente, assistito dall’avvocato Rita Parentela, è stata ammessa la costituzione di parte civile già in sede di udienza preliminare. L’ex presidente Bruni e l’ex dirigente Bono sono difesi dall’avvocato Aldo Assisi. Come parte offesa è stata individuata l’amministrazione provinciale nella persona del nuovo presidente Francesco De Nisi, che al momento, però, non ha presentato istanza di costituzione di parte civile.

di Pietro Comito
da "Calabria Ora" del 19/02/2009

giovedì 18 dicembre 2008

Truffa, imputati davanti al GUP

Sessantasette richieste di rinvio a giudizio. L’11 febbraio le conclusioni.

Si è riaperta ieri mattina ed è stata aggiornata all’11 febbraio, per la conclusione delle arringhe difensive e la replica del pm Simona Cangiano, l’udienza preliminare del maxiprocesso originato dall’operazione coordinata dall’allora sostituto procuratore della Repubblica di Vibo Sisto Restuccia e condotta dalla Guardia di finanza, che il 16 aprile 2007 portò all’emissione di diversi provvedimenti di tipo cautelare da parte del gip Vincenzo Capomolla e alla notifica di una pioggia di informazioni di garanzia. Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, malversazione ai danni dello Stato, reati fiscali, queste a vario titolo le accuse sostenute dalla Procura, ieri rappresentata in aula dal pm Silvia Golin. Imputati, davanti al gup Lucia Monaco, Fortunato Mirabello (’43), Domenico Buccafurni (’62), Michelino Roberto Lico (’64), Santo Lico (’30), Pietro Naso (’53), Francesco Durante (’63), Carlo Biagini (’59), Francesco Mirabello (’77), Antonio Bertuca (’70), Maria Provvidenza Castagna (’51), Saverio Caminiti (’79), Caterina Ricciuto (’69), Rocco Violi (’43), Vincenzo Ceravolo (’53), Filippo Alviano (’58), Giovanni Labate (’56), Vincenzo Pugliese (’76), Salvatore Vita (’75), Giuseppe Pugliese (’54), Giuseppe Leonardo Ceravolo (’51), Antonio Michele Bulzomì (’42), Domenico Gallé (’47), Domenico Fuduli (’48), Nazzareno Calafati (’52), Pasquale Vangeli (’63), Marcello Scarmato (’73), Mario Nicolino (’70), Bruno Vena (’76), Giovanna Chiarello (’79), Filly Calafati (’75), Maria Cona Mobrici (’55), Raffaele Greco (’60), Ernesto Temellini (’40), Germano Caviglia (’33), Francesco Mirabello (’67), Giovanni Pietro Ceravolo (’60), Annamaria Arcella (’75), Angelo Musumeci (’47), Domenico Strati (’49), Giuseppe Palmieri (’63), Gesualdo Pasceri (’41), Mario Antonio Arcidiacono (’59), Giuseppe Galli (’65), Gaetano Ascrizzi (’63), Michele Pannia (’73), Giuseppe Labate (’54), Paolo Loria Andreotti (’44), Rosario Musumeci (’71), Angelina Virginia Merlino (’40), Pasquale Martino (’63), Francesco Schiamone (’42), Giuseppe Di Agazio (’64), Salvatore Ruffa (’67), Vincenzo Carnevale (’68), Caterina Micalizzi (’33), Antonio Violi (’74), Angelina Crudo (’69), Pietro Bertuca (’70), Michele Timpano (’75), Michele Parrello (’51), Francesco Amantea (’56), Luca Francesco Caruso (’74), Giuseppe De Biase (’64), Rosario Gigliotti (’66), Alberto Zeni (’32), Giuseppe Vaianella (’56), Marco Mercatante (’66). Secondo la tesi accusatoria, le imprese avrebbero dimostrato «falsamente » di aver sostenuto oneri per realizzare certi investimenti al fine di ottenere le erogazioni pubbliche. Pertanto, sulla base degli elementi probatori forniti dal pm Restuccia, l’allora gip Vincenzo Capomolla dispose il sequestro preventivo della somma di 5.050.101,17 euro - contributi pubblici ancora in attesa di erogazione da parte del Ministero per lo Sviluppo economico - nonché delle sei aziende destinatarie: la Marenostro srl, con sede a Portosalvo, attiva nella trasformazione dei prodotti ittici e assegnataria di un contributo, derivante dal Patto territoriale, di 11.742.173 euro, di cui 7.828.113 già erogati; la Cooperativa San Francesco di Paola scarl, con sede a Portosalvo, che si dedica all’itticoltura, assegnataria di un contributo, sempre derivante dal Patto territoriale, di 1.738.280 euro, di cui 1.158.851 già erogati; la Lab Infissi srl, con sede a Maierato, che si occupa della produzione di infissi, assegnataria di un contributo, nell’ambito della legge 488/92, di 1.024.878 euro, dei quali 922.390 già erogati; la Planet Inox srl, con sede a Vibo Valentia, operativa nella produzione di accessori in alluminio per la nautica, assegnataria, sempre ai sensi della legge 488/92, di un contributo di 1.426.750 euro, dei quali 608.094 già erogati; la Gel Med snc, con sede a Vibo Valentia, attiva nella produzione e commercializzazione di gelati, assegnataria ai sensi della 488/92 di un contributo di 1.053.764, dei quali 925.544 già erogati; la Profiltekna sas, con sede a Vibo Valentia, dedita alla produzione di porte e finestre metalliche, assegnataria di un contributo di 406.431 euro, dei quali 270.954 euro già erogati ai sensi della legge 448/92.

di Pietro Comito
da "Calabria Ora" del 18/12/2008

martedì 4 marzo 2008

Indagati Bruni e Bono

Gaetano Ottavio Bruni e Ottavio Bono sono indagati per abuso d'ufficio in concorso. Il sostituto procuratore della Repubblica Enrica Medori ha siglato il suo avviso di conclusione delle indagini, valevole arche come informazione di garanzia per gli indagati, in data 12 febbraio 2008, ma la notizia si è appresa solo nelle ultime ore. Bruni e Bono, nelle rispettive funzioni di presidente della giunta provinciale e di dirigente agli Affari generali della Provincia, sono indagati perché, scrive il pm Medori, «procuravano intenzionalmente» ai dirigenti dell'ente Antonio Vinci e Armanda De Sossi un «indebito vantaggio patrimoniale costituito dall'aver mantenuto senza titolo per diversi anni in disponibilità i posti di ruolo categoria D3 assegnati ai predetti, non consentendone la vacanza e quindi l'assegnazione a terzi mediante pubblico concorso» e per la violazione della legge che disciplina il cumulo degli incarichi nella pubblica amministrazione nonché il principio della tassatività e della temporaneità dell'aspettativa. L'escamotage adottato per aggirare le prescrizioni dell'ordinamento è stato smascherato dal giovane magistrato, da circa un anno in servizio alla Procura di Vibo Valentia, attraverso la semplice comparazione di atti che partono dal 1999 e che finora, al pari di altre vicende che hanno interessato la vita dell'amministrazione provinciale, non hanno mai attirato l'attenzione di una certa magistratura. Semplice il trucco: attraverso un singolare valzer di dimissioni dei dirigenti interessati, rassegnate e poi revocate, Bruni e Bono, violando le restrizioni della norma, avrebbero assicurato per diversi anni la permanenza in servizio, cumulando altri incarichi, di Armanda De Sossi e Antonio Vinci in postazioni dirigenziali che, invece, potevano e dovevano essere assegnate attraverso un concorso pubblico. Il sostituto procuratore parte dalla determina numero 175 del 1999, attraverso la quale Armanda De Sossi, come «funzionario contabile categoria D3», veniva collocata in aspettativa senza assegni» e contestualmente veniva nominata dirigente per il quinquennio 1999-2004, «in aperto contrasto – si legge nell'avviso di conclusione delle indagini – con il divieto di cumulo di incarichi». Bruni e Bono, quindi, con determina numero 82 del primo settembre 2004, procedevano a riammettere Armanda De Sossi in un posto di ruolo categoria D3 dopo cinque anni, «qualificando la richiesta di aspettativa del 1999 qualeistanza di dimissioni». In sostanza ciò sarebbe avvenuto in violazione alla legge che disciplina le modalità di riammissione in servizio a seguito di dimissioni, «procedendo poi – sottolinea il magistrato – ad accettare nuovamente le dimissioni della stessa in data 15 settembre 2004 per consentirle nuovamente, a far data dal 16 settembre 2007, di stipulare un nuovo contratto di lavoro a tempo determinato con funzione dirigenziale ed a riammetterla in servizio in data 4 novembre 2005 nell'organico di categoria D3 con contestuale revoca delle dimissioni precedentemente rassegnate, per poi investire nuovamente la predetta di ulteriore incarico dirigenziale in atto fino al 31 dicembre 2006».
Per quanto concerne invece la posizione di Antonio Vinci, questi era stato autorizzato, in data 34 gennaio 2002, al «trasferimento in mobilità»dal Consorzio di bonifica integrale al settore Affari generali della Provincia. Bruni e Bono, quindi, «dovendo assegnare un posto da funzionario categoria D3 – secondo l'ipotesi formulata dal pm Medori – accettavano le dimissioni presentate in data 31 gennaio 2002 dallo stesso Vinci dal posto di categoria D cui era stato ammesso il giorno prima, per conferirgli, a far data dall'1 febbraio 2002, un incarico dirigenziale a tempo determinato». A ciò, due anni dopo, in presunto contrasto con la legge che disciplina la riammissione in servizio a seguito di dimissioni, seguiva la revoca delle dimissioni presentate nel 2002, la riammissione in servizio con determina numero 81 dell'1 settembre 2004 e il successivo conferimento di un nuovo incarico dirigenziale a partire dal 16 settembre 2004 fino al 31 dicembre 2006». L'ormai ex presidente della Provincia Bruni, unitamente all'ormai ex dirigente provinciale agli Affari generali nonché ex commissario straordinario dell'Azienda sanitaria Bono, hanno nominato quale loro difensore di fiducia il più noto tra gli amministrativisti vibonesi, ovvero l'avvocato Aldo Assisi.

di Pietro Comito

da "Calabria Ora" del 04/03/2008