Una città rassegnata, impotente e passiva, dove le ragioni della politica sono sempre impenetrabili. Qui lo Stato è più lontano del cielo, è più maligno, perché sta sempre dall'altra parte.
Visualizzazione post con etichetta truffa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta truffa. Mostra tutti i post
giovedì 30 ottobre 2014
Bonifiche fantasma in laguna, riparte l’inchiesta: nuova raffica di indagati.
Questa mattina sono stati notificati 26 avvisi di garanzia: in cima all'elenco, i tre ex commissari delegati Paolo Ciani, Gianfranco Moretton e Gianni Menchini, già indagati nella precedente indagine, e Gianfranco Mascazzini, per anni direttore generale del ministero dell'Ambiente.
UDINE - Si erano inventati un'emergenza ambientale nella laguna di Grado e Marano, per ottenere i denari dello Stato e spartirseli tra loro: decine di milioni di euro a fronte di un inquinamento inesistente, al solo scopo di riempire le tasche di amministratori e imprenditori dal Friuli e dal Veneto a Roma, negli uffici del ministero dell'Ambiente, dove la truffa era stata concepita e da dove per dieci anni (dal 2002 al 2012) ha continuato a essere manovrata.
Due anni dopo lo scandalo delle bonifiche "fantasma" e la chiusura del Commissario delegato della laguna friulana decretato dall'allora premier Monti proprio alla luce del clamoroso bluff scoperto dalla magistratura udinese, è la Procura di Roma a riproporne il teorema e tornare alla carica con una seconda tornata di avvisi di garanzia: 26 quelli in notifica da stamani, tra Nord Est e Capitale, con nomi e contestazioni vecchi e nuovi.
In cima all'elenco, i tre ex commissari delegati Paolo Ciani, Gianfranco Moretton e Gianni Menchini (politici i primi due, tecnico il terzo), già indagati nella precedente indagine friulana, e Gianfranco Mascazzini, per anni direttore generale del ministero dell'Ambiente.
Nei guai anche Giovanni Mazzacurati, l'ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e della Tethis srl di Venezia travolto dalla bufera giudiziaria sul Mose, e i legali rappresentanti delle società ingrassate a suon di finanziamenti per appalti di opere considerate adesso inutili o mai realizzate: Raffaele Greco, della cooperativa Nautilus, di Vibo Valentia, Alberto Altieri e Guido Zanovello, dello studio Altieri spa di Thiene, Vincenzo Assenza e Fausto Melli, della Sogesid srl di Roma, società in house del ministero dell'Ambiente. E, ancora, Marta Plazzotta, dirigente dell'Arpa di Udine, Massimo Gabellini, alla guida della II Direzione dell'Icram (ora Ispra) e Silvestro Greco, direttore scientifico del medesimo istituto, e Antonella Ausili ed Elena Romano, dell'istituto Ispra (già Icram) di Roma, cioè degli organi deputati a certificare lo stato di salute della laguna.
Per due terzi degli indagati, il pm romano Alberto Galanti ha formulato l'ipotesi di reato dell'associazione a delinquere, finalizzata al falso e alla truffa ai danni dello Stato. L'ammontare della truffa, contestata in concorso a tutti nei periodi di rispettiva competenza, è stato calcolato in circa cento milioni di euro. Mascazzini e altri (Menchini e le due ricercatrici dell'Ispra in un caso, tre manager di Sogesid nell'altro) sono accusati anche di abuso d'ufficio, in relazione agli interventi di messa in sicurezza della Caffaro di Torviscosa e al distaccamento presso il ministero di personale della Sogesid.
Un ulteriore filone riguarda le cosiddette "transazioni ambientali", cioè il pagamento di ingenti somme di denaro che numerosi imprenditori con immobili nel Sito d'interesse nazionale di Porto Marghera (tra cui l'Intermodale Marghera e Fincantieri) sarebbero stati costretti a scucire al ministero dell'Ambiente, che a sua volta li versava al Consorzio Venezia Nuova, per alimentare la struttura e per effetto delle quali l'obbligo di bonifica si trasferiva al dicastero stesso. Il quale, in tesi accusativa, non soltanto non vi avrebbe mai provveduto, ma avrebbe nel tempo incamerato qualcosa come più di 500 milioni di euro. Da qui, l'ipotesi del concorso in concussione a carico di Mascazzini e di suoi fedeli, oltre che di Mazzacurati.
Alle stesse conclusioni era sostanzialmente approdato già il pm di Udine, Viviana Del Tedesco, con la maxi-inchiesta culminata appunto nel 2012 nello smantellamento della struttura commissariale e nell'iscrizione sul registro degli indagati di decine di persone. A cominciare proprio dai commissari delegati e dai rispettivi staff, per i quali lo stesso magistrato aveva poi chiesto l'archiviazione. Chiusa la partita friulana, però, lo scorso marzo gli atti erano passati immediatamente ai colleghi di Roma. A chiederli era stato il procuratore capo in persona, Giuseppe Pignatone, secondo il quale l'indagine andava non soltanto ripresa, ma soprattutto estesa agli ambienti ministeriali.
Il risultato sono le quasi cento pagine scritte in questi mesi dai magistrati, ancora una volta al lavoro "in tandem" e che descrivono un sistema di finte rappresentazioni ambientali, di appalti milionari per lavori di carotaggio, analisi e bonifiche mai realizzati o semplicemente non necessari e di tangenti camuffate da transazioni ambientali.
Ad aggiungere elementi di prova all'inchiesta, oltre alla marea di intercettazioni effettuate nel corso dell'indagine, sono state le dichiarazioni raccolte da due testimoni "eccellenti": Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani Costruzioni (il grande accusatore dello scandalo sul Mose) e l'ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni.
Nell'informazione di garanzia sono rientrati anche i nomi dei soggetti attuatori che affiancarono i vari commissari delegati: come Dario Danese, Giorgio verri e Vito Antonio Ardone.
"Ripescato" anche Francesco Sorrentino, già ingegnere capo del Genio civile di Gorizia, in qualità di responsabile del Procedimento.
L'elenco degli indagati continua con Simone Fassina, dipendente della società Sviluppo Italia spa, distaccato al ministero dell'Ambiente, Andrea Barbanti, già responsabile di Thetis e consulente di Sogesid, Franco Pasquino e Giorgia Scopece, rispettivamente già commissario e dipendente di Sogesid, Maria Brotto, amministratore delegato di Thetis, Everardo Altieri, vice presidente dello studio Altieri. Nei guai, inoltre, Giampaolo Schiesaro, già avvocato dello Stato di Venezia.
Il sistema. Lui garantiva i fondi e loro, in cambio, distribuivano posti di lavoro e incarichi di consulenza ai suoi amici o a quelli segnalati dal politico di turno. E' un sistema clientelare basato su una fitta rete di collusioni tra l'ex direttore generale Mascazzini, un ristretto numero di società a lui vicine e alcuni esponenti della politica nazionale e regionale quello che emerge dalle carte dell'inchiesta sulla mala-gestione del Commissario delegato per l'emergenza socio economico ambientale della laguna di Grado e Marano.
Per pilotare il denaro pubblico a proprio piacimento e assicurarsi così “la supina ubbidienza di una corte di persone di fiducia”, Mascazzini si sarebbe avvalso di un duplice escamotage. Da una parte, ad assecondarne i piani sarebbero state le società in house al ministero dell'Ambiente (Sogesid e Sviluppo Italia) alle quali poteva assegnare le opere di cui il dicastero necessitava in assenza di gara (proprio per la loro natura pubblica), pretendendo di contro l'assunzione di persone da lui stesso individuate o indicategli dagli onorevoli, gli assessori e i ministri con i quali aveva intrallazzato. Il meccanismo sarebbe stato lo stesso messo a punto a Venezia, dove la presenza di un concessionario unico – il Consorzio Venezia Nuova – consentiva una gestione in proprio degli appalti.
Dall'altra parte, a garantire la disponibilità di “soldi sicuri e immediati” c'era il trucchetto delle transazioni ambientali. Ossia di uno strumento per rastrellare fondi dalle imprese che intendevano costruire sulle aree comprese nel Sin. Stando alle notizie raccolte dagli investigatori, per convincere le aziende a transare, alcuni funzionati ministeriali non avrebbero esitato a minacciare l'invio di ispettori e l'intervento di possibili altri fastidi burocratici su quelli o altri progetti.
Pressioni neanche troppo velate, insomma, finalizzate a indurre le aziende a non opporre resistenza alle richieste di denaro. Del ricorso a scorciatoie e metodi non proprio ortodossi gli inquirenti hanno avuto riscontro sia dalle intercettazioni, sia dalle testimonianze di persone (Baita, Orsoni e alcuni degli imprenditori sentiti) trascinate, talvolta loro malgrado, nel giro di Mascazzini.
A pagare le conseguenze della truffa e del mancato utilizzo delle erogazioni statali per gli scopi per i quali erano stati stanziati (la bonifica delle uniche sezioni di laguna realmente inquinate) sarebbe stata anche la Regione Friuli Venezia Giulia. Ossia l'ente tenuto a finanziare per oltre la metà l'attività commissariale: sia gli stipendi a tutti i componenti della struttura (fino a 30-40 mila euro l'anno, a fronte della partecipazione a qualche riunione) e ai consulenti incaricati da Mascazzini, sia le inutili attività preliminari di sistematica caratterizzazione e analisi dei sedimenti, ogniqualvolta si procedeva ai dragaggi dei canali lagunari, sul falso presupposto che fossero inquinati.
“Come avveniva su tutto il territorio nazionale – scrive il pm Galanti –, la mancata soluzione dei problemi era funzionale al mantenimento del meccanismo emergenziale e delle sue esigenze”. Così per la laguna di Grado e Marano. “Una volta ottenuti i finanziamenti – è ancora la tesi della Procura -, per la bonifica del sito nulla veniva destinato. I soldi si perdono in mille rivoli, costituiti da incarichi di progettazioni, carotaggi continui, dragaggi. Ma nulla a che vedere neanche lontanamente con attività di bonifica”. L'esempio più lampante, in tal senso, è quello riferito alla gestione Moretton (2006-2009).
“I fondi vengono dirottati verso altre opere di ripetitiva caratterizzazione dei canali navigabili – continua il pm -, dragaggi e finanziamento della struttura commissariale, oltre che di tutti i soggetti che gravitavano nell'orbita del ministero, in qualità di consulenti, ovvero negli organismi pubblici di controllo che svolgevano varie attività di monitoraggio, tanto costose, quanto fasulle”. L'obiettivo era per lo più quello di fare risultare concentrazioni di mercurio metilato superiori a quelli reali. La truffa sarebbe cominciata proprio dall'ingigantire un'emergenza ambientale che gli inquirenti ritengono limitata alla sola area dello stabilimento industriale ex Caffaro e al connesso canale Banduzzi.
di Luana De Francisco
da Il Messaggero Veneto del 29 ottobre 2014
Etichette:
assessore all'ambiente,
illegalità,
imprenditori,
indagati,
nautilus,
truffa
sabato 12 marzo 2011
Tante gabbie abbandonate in mare. Denunciate 3 persone per vari reati

Gabbie per l'allevamento di pesce usate e poi abbandonate nel mare. Da anni galleggiano nel bel mezzo del Golfo di Sant'Eufemia, tutte arrugginite, non solo deturpando il paesaggio ma creando gravi pericoli per i naviganti. Nessuno però s'era mai preoccupato di farle rimuovere come adesso hanno fatto il procuratore della Repubblica Salvatore Vitello e il sostituto Luigi Maffia.
L'indagine è stata curata dalla Capitaneria di porto comandata da Luigi Piccioli, intervenuto ieri in una conferenza alla procura con l'ufficiale Agazio Tedesco ed i suoi uomini.
Lo "spettacolo" è stato mostrato in un video dalla guardia costiera: c'è una specie di "octopus" in ferro al largo del Lido del Finanziere che serviva a contenere tonni rossi, vicino al pontile ci sono tre grandi gabbie d'acciaio dove si allevavano spigole ed orate, e verso sud in direzione Vibo c'è un grosso tubo che fuoriesce da un'altra di queste installazioni. Si tratta di impianti di acquicoltura dismessi da tempo, per i quali però adesso dovranno rispondere i titolari delle aziende Ora Ora Maricoltura, Nautilus e Ittisud. Si tratta di aziende che avrebbero ottenuto finanziamenti dall'Unione europea su cui sono in corso indagini finanziarie da parte della procura. Sotto sequestro è finito anche il pontile pericolante, costruito dalla Sir negli anni Settanta con grossi tubi vuoti che in quarant'anni il mare ha consumato.
«Se per le gabbie in mare abbiamo individuato i responsabili, chi è il titolare del pontile?», chiede il procuratore Vitello. Che insiste sulla sicurezza della navigazione: «Quando il mare è un po' alto è difficile vedere queste strutture galleggianti, che diventano perciò molto pericolose». Per il comandante Piccioli i costi per rimuoverle non sono elevati.
di v. l.
da "Gazzetta del Sud" del 12/03/2011
da "Gazzetta del Sud" del 12/03/2011
Etichette:
Gabbie dei tonni,
truffa
giovedì 10 febbraio 2011
Mazzeo sospeso da consigliere comunale
Il pm Santi Cutroneo chiede la convalida dei provvedimenti cautelari. Stamane gli atti sul tavolo del gip
Il decreto di sospensione adottato dal prefetto Luisa Latella è arrivato all'indomani del blitz dei carabinieri nel Servizio veterinario dell'Asp. Ieri, infatti, così come prevede il Testo Unico sugli Enti locali il prefetto ha disposto la sospensione, dalla carica di consigliere comunale, del dott. Mario Mazzeo, professionista fra i veterinari finiti ai domiciliari per assenteismo.
Il decreto oltre che al diretto interessato è stato notificato al sindaco Nicola D'Agostino e al presidente del consiglio comunale Giuseppe Mangialavori. Dovrà ora essere l'assemblea di palazzo "Luigi Razza" – all'interno del quale Mazzeo è capogruppo del Pdl – nella prima seduta utile a procedere con la surroga. Al consigliere Mazzeo potrebbe, dunque, subentrare Nestore Colloca primo dei non eletti nella lista del Pdl. Martedì comunque è in programma la riunione dei capigruppo e in quella sede sarà decisa la data del Consiglio.
Intanto nella giornata di oggi il pm Santi Cutroneo trasmetterà al gip gli atti con la richiesta di convalida degli arresti nei confronti dei dieci dipendenti del Servizio (sei veterinari e quattro amministrativi) sorpresi in flagranza di reato e per questo posti ai domiciliari. Nei loro confronti non ci sarà la direttissima.
L'accusa che viene loro contestata è di truffa aggravata ai danni dello Stato e falsità ideologica. Analoghi reati i carabinieri contestano ad altri sei dipendenti dello stesso Settore che sono stati denunciati a piede libero e le cui posizioni sono attualmente al vaglio degli investigatori dell'Arma. Inoltre per i dipendenti sorpresi dal blitz in flagranza di reato i commissari dell'Azienda sanitaria provinciale hanno disposto la sospensione momentanea, così come previsto dal contratto di lavoro, a seguito della comunicazione dei nominativi da parte della Procura e predisposto gli atti deliberativi.
A metà dicembre a fare scattare l'inchiesta – condotta dai carabinieri della Stazione e coordinata dalla Procura della Repubblica – erano state le numerose segnalazioni prevenute sul malfunzionamento del Servizio veterinario dell'Asp. Per circa due mesi i dipendenti della sede del capoluogo (complessivamente 31, 6 dei quali in servizio all'Ufficio di Spilinga) sono stati pedinati e controllati a distanza anche attraverso alcune telecamere installate all'interno del Servizio. E proprio dai filmati è emerso che a turno un dipendente, all'ora di entrata, provvedeva a timbrare i badge di altri, arrivando a far passare nella macchinetta marcatempo dagli otto ai dieci cartellini. Poi le schede venivano riposte su di un armadio e lasciate a disposizione del "turnista" dell'indomani. Oltre al dott. Mazzeo, sono stati sorpresi in flagranza di reato altri cinque veterinari: la dott. Chiarina Cristelli, il dott. Domenico Cocciolo, il dott. Domenico Piraino, il dott. Antonio Teti e la dott. Stefania Mazzeo. Con loro anche gli impiegati: Enzo Carnovale, Giuseppe Parisi, Giuseppe Loiacono e Maria Loreta Parisi. Sei invece i dipendenti denunciati a piede libero, nell'ambito dell'operazione denominata "Zuzù".
di Marialucia Conistabile
da "Gazzetta del Sud" del 10/02/2011
da "Gazzetta del Sud" del 10/02/2011
mercoledì 9 febbraio 2011
Facevano shopping nell’orario di lavoro
Vibo/ Blitz dei Carabinieri negli uffici del servizio veterinario dell’Asp. Truffa aggravata e falsità ideologica è l’accusa mossa nei confronti di 10 persone
VIBO VALENTIA. Truffa aggravata e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale è l’accusa mossa nei confronti di 10 persone arrestate, dai Carabinieri della compagnia di Vibo Valentia, in seguito al “blitz” antiassenteismo attuato ieri mattina negli uffici del servizio veterinario dell’Asp. Si tratta di 8 veterinari e due impiegati. Altre sei persone sono indagate. Gli arrestati sono Mario Mazzeo, 61 anni, medico veterinario, consigliere comunale e capogruppo del Pdl al comune di Vibo; Chiarina Crispelli, 47 anni; Enzo Carnovale, 54 anni; Domenico Cocciolo, 46 anni; Giuseppe Parisi, 56 anni, Domenico Piraino, 59 anni; Stefania Mazzeo, 46 anni; Maria Loreta Parisi, 54, impiegata; Giuseppe Loiacono, 61 anni, pure impiegato. Tutto ha avuto inizio quando i militari della Stazione Carabinieri di Vibo Valentia e del N.O.R.M. hanno rilevato difficoltà nel rintracciare gli oltre 31 dipendenti tra veterinari ed impiegati in forza all’A.S.P. del capoluogo ed hanno deciso di vederci chiaro. Gli uomini della Benemerita hanno piazzato dentro gli uffici del settore veterinaria del capoluogo una serie di telecamere per monitorare le entrate e le uscite dei medici che, inspiegabilmente, poco dopo le 8 di ogni giorno, si allontanavano al posto di lavoro, nonostante risultassero in servizio. Per oltre due mesi i Carabinieri, sotto la direzione della Procura della Repubblica del Tribunale di Vibo Valentia, hanno seguito i movimenti di tutti gli impiegati pubblici, pedinandoli con discrezione nei loro vari spostamenti dalle 8 del mattino fino a sera inoltrata. Gli uomini dell’Arma hanno così scoperto che l’assenteismo era e una consuetudine per ben 16 dipendenti su 31 in forza al settore e raggiunto un tale livello di organizzazione da arrivare addirittura a prevedere delle vere e proprie turnazioni per la timbratura dei cartellini. I Carabinieri hanno accertato che i vari dipendenti si erano organizzati in maniera tale che ogni giorno uno di loro provvedeva a vidimare anche 8 o 10 cartellini marcatempo per i propri colleghi, nascondendoli poi su di un armadio dell’ufficio, lontano da occhi indiscreti, dove il turnista del giorno dopo avrebbe provveduto a recuperarli per provvedere a registrare le altre presenze. Un metodo che consentiva ad alcuni di doversi recare a lavoro solo una volta alla settimana o anche meno e di poter tranquillamente attendere ai propri impegni personali senza dover subire il vincolo degli orari di lavoro. Addirittura si è accertato il caso di due coniugi che si erano organizzati in maniera tale che uno solo di loro si presentava a lavoro, provvedendo a timbrare il badge del consorte che, tranquillamente, poteva attendere alle faccende domestiche percependo lo stipendio pubblico senza nemmeno dover uscire di casa. Gli investigatori, per settimane, hanno documentato l’atteggiamento di dipendenti che uscivano di casa al mattino per fare la spesa, accompagnavano i figli a scuola, facevano shopping, ristrutturavano le case al mare in vista della bella stagione oppure passavano intere mattinate nei bar del capoluogo a discutere con gli amici, il tutto a spese dei contribuenti che invano li attendevano a lavoro. Praticamente nessuno era presente in ufficio e decine di utenti attendevano senza speranza per giorni di poter parlare con qualche veterinario. Oggi gli uomini dell’Arma, nascosti nei pressi del servizio veterinario dell’Asp e davanti alle abitazioni dei dipendenti assenteisti hanno atteso che scoccasse l’ora della timbratura. Quindi sono entrati in azione sorprendendo in flagranza di reato 10 dipendenti che si erano allontanati senza autorizzazione. Altri 6 dipendenti sono stati denunciati a piede libero. Per tutti l’accusa è di truffa aggravata ai danni dello Stato e falsità ideologica.
da "Il Giornale di Calabria" del 09/02/2011
sabato 11 dicembre 2010
I tentacoli della politica su Asp e Comune

«Questa la logica della scacchiera dove a palazzo "Luigi Razza" i padri fanno spazio ai figli»
Di giri di parole ne fa pochi. Senza se e senza ma, sferra l'attacco. Affilate le unghie e la penna, Maria Limardo, coordinatrice provinciale di Futuro e libertà per l'Italia va dritta al cuore, del problema naturalmente, e affonda. Sotto il fuoco non proprio incrociato, il Pdl, dal regionale al locale senza fare troppe differenze. Entrando nel merito, però, e dando nome e cognome ad ogni problema. Il canovaccio parte dall'alto, dalla questione sanità, quella che sta tenendo banco negli ultimi giorni e in questo senso per la Limardo «i tentacoli del potere che gli uomini del Pdl stanno esercitando sul territorio – sottolinea – si allungano su ogni ambito della vita politica e amministrativa stritolando chiunque si frapponga o tenti di ostacolarne il percorso». Occupare il "posto", insomma, secondo Maria Limardo è l'hobby del partito.
«Come se fosse normale – chiosa – la politica del feudalesimo portata avanti al Comune, e fosse oggi accettabile, dopo averlo avversato, invocare all'Asp un commissariamento per infiltrazioni mafiose perchè "vengono confermati vecchi equilibri"». Parte da questi principi, insomma, la coordinatrice di Fli e non intende ammettere più titubanze davanti allo «spettacolo incredibile al quale – spiega – i cittadini giorno dopo giorno sono costretti ad assistere nella ricerca spasmodica dell'affermazione di proprie postazioni di potere».
Un riferimento non del tutto casuale, quindi, che rimanda alle affermazioni – sulla necessità di commissariare l'Asp – del consigliere regionale Nazzareno Salerno che, sono per la Limardo, «di una portata tale da far raggelare il sangue nelle vene». E, a quanto pare, nel corpo della coordinatrice di Fli circola un iceberg: «In quale chiave – si domanda infatti – vanno lette queste dichiarazioni? Cosa significa "conferma dei vecchi equilibri"? Ancora oggi c'è pericolo di infiltrazioni mafiose all'Asp?». E, ancora: «Sono accuse fondate su dati di fatto acquisiti o sono messaggi appartenenti "soltanto" a una guerra di potere?». Messaggi non proprio cifrati per la Limardo che chiuso questo capitolo, poi, non cambiando il canovaccio dall'Azienda sanitaria passa a palazzo "Luigi Razza". Qui, il discorso acquista un tenore più "familiare". Perchè è sugli alberi genealogici che la Limardo si sofferma e pone qualche domanda. «Il sindaco – va subito al dunque – sin dal suo insediamento ha avuto chiara la politica della scacchiera con il preciso obiettivo, centrato in pieno, di far conseguire determinate poltrone ad altrettante determinate persone». Un riferimento che, anche in questo caso, ha un nome e un cognome. O meglio, ne ha due. «Così – spiega – subito dopo il suo insediamento abbiamo assistito alle dimissioni del consigliere Modafferi il cui figlio è andato ad occupare il posto di assessore, liberando contemporaneamente il posto al consigliere Giulio Capria, nipote del sindaco».
Altra mossa , poi, con il prossimo consiglio, quando «si dimetterà il consigliere Manfrida, il cui figlio è stato già nominato assessore, liberando il posto alla consigliera Maddalena Basile». Non c'è niente di personale con gli interessati, questo lo chiarisce la coordinatrice del partito di Fini, e nè sembra voler «sospettare» su questi "aggiustamenti", «tuttavia – prosegue – non si può tacere di fronte a questo strano modo di intendere la politica per il bene della città, di mortificare tutte le altre energie e intelligenze che ben potrebbero contribuire per una Vibo migliore, non si può tacere – sottolinea – se si pensa alle roboanti dichiarazioni di attenzione per la comunità di Vibo Marina che finora "attenzione" ha avuto riservata solo quella del cdr. Nè c'era bisogno – aggiunge – di aggravare le casse comunali con la nomina di un undicesimo assessore, se si pensa che ai dipendenti verrà pagata solo la tredicesima e non lo stipendio del mese corrente, non saranno pagate le fatture alle imprese, perchè le casse comunali sono vuote». Un rischio che corre sui binari dei "conti" e «naturalmente – conclude – sulle spalle dei cittadini. Forse la politica della scacchiera avrebbe potuto aspettare». Chissà, ma forse re e regina scalpitavano.
di Stefania Marasco
da "Gazzetta del Sud" del 11/12/2010
da "Gazzetta del Sud" del 11/12/2010
mercoledì 13 maggio 2009
La Provincia sotto l’esame dei giudici
Sarebbero monitorati dai magistrati contabili i contratti Co.co.co. sottoscritti nel corso del 2004La Procura della Corte dei Conti chiede la condanna di amministratori e dirigenti
UN vero e proprio fulmine a ciel sereno piombato sulla Provincia (e non solo sulla Provincia) in modo del tutto inaspettato. La procura della Corte dei Conti di Catanzaro avrebbe depositato una richiesta di condanna, che sarebbe in corso di notifica ai diretti interessati, nei confronti dei componenti della giunta provinciale in carica nel corso del 2004 e di alcuni dei dirigenti di palazzo Ex-Enel, per svariate centinaia di migliaia di euro (si parla di oltre 700 mila euro complessivi). La notizia ancora non è propriamente “ufficiale” ma ad ogni modo sarebbe filtrata attraverso le maglie della riservatezza “politica” la - sciando intravedere alcuni aspetti della vicenda. In particolare, la procura contabile avrebbe monitorato nel corso degli ultimi anni circa duecento contratti Co.co.co. (il simbolo di un sistema basato sul precariato che ha avuto, proprio in quel periodo, ampia diffusione in Italia e non certo minore nel territorio vibonese) risalenti anche agli anni precedenti il 2004. Un monitoraggio che, stando alla richiesta di condanna che sarebbe stata depositata negli scorsi giorni, avrebbe portato la procura della Corte dei Conti a rilevare diverse irregolarità con una conseguente produzione di un ingente danno erariale a carico degli amministratori e dei dirigenti dell’amministrazione provinciale. All’epoca dei fatti la Provincia viveva la fase finale della prima era Bruni ed il conseguente passaggio alla seconda, attraverso la competizione elettorale proprio del 2004 che portò alla riconferma trionfale del già presidente. In questi anni (al momento non è dato sapere di preciso a quale periodo specifico ci si riferisca) a gestire l’amministrazione provinciale, come dicevamo, era il presidente Bruni coadiuvato (nella prima consiliatura) da personaggi politici di primo piano quali Paolo Barbieri, Pietro Giamborino, Lidio Vallone, Giuseppe Ceravolo, Giuseppe De Grano, Girolamo Petrolo, Salvatore Vecchio e Alfonso Del Vecchio. Segretario generale era Domenico Mazzitelli mentre dirigenti erano Comito, De Fina, De Sossi, Ruffa (oggi deceduto) e Vinci. La Procura avrebbe, quindi, chiesto la condanna a vario titolo di diversi dei protagonisti politici di quegli anni che a questo punto dovranno rispondere di fronte alla magistratura contabile delle scelte compiute durante il loro mandato in relazione alla stipula degli innumerevoli contratti di collaborazione coordinata e continuativa che in quegli anni si è avuta. Naturalmente, le responsabilità saranno identificate dalla sezione giudicante della Corte dei Conti singolarmente e la richiesta di condanna (e quindi l’eventuale procedimento giudiziale), possiamo dirlo già da ora, potrebbe anche non riguardare tutti gli amministratori e tutti i dirigenti dell’epoca. Ciò che è certo è che la procura della magistratura contabile ha deciso di vederci chiaro sul punto chiamando direttamente in causa chi si trovava nelle stanze dei bottoni.
di Francesco Ridolfi
da "Il Quotidiano della Calabria" del 13/05/2009
Etichette:
illegalità,
lavoro,
truffa
venerdì 1 maggio 2009
Truffa allo Stato, a giudizio in 64
L’operazione avviata dalla Procura nel novembre 2006 ha portato a diversi sequestri scattati nell’aprile 2007La decisione del gup di Vibo Valentia, Lucia Monaco. Coinvolte anche 6 aziende
VIBO VALENTIA - Ben 64 rinviati a giudizio (con fissazione della prima udienza al 23 giugno) di cui 6 aziende e 58 fra imprenditori e professionisti. Questo l’esito dell’udienza preliminare che vedeva davanti al gup di Vibo,Lucia Monaco, una notevole fetta del mondo imprenditoriale vibonese chiamata a rispondere a vario titolo di accuse come truffa ai danni dello Stato (per frode alla legge 488), malversazione ai danni dello Stato, usura, false fatturazioni per agevolare evasione fiscale e altri reati di natura finanziaria. In sostanza secondo l’accusa gli imputati, avario titolo e fra le diverse contestazioni avrebbero emesso delle fatture su transazioni di beni o servizi nella realtà inesistenti o mai prestati. Il tutto per giustificare spese e uscite connesse ai finanziamenti pubblici. Al termine dell’udienza preliminare il magistrato ha deciso di accogliere le eccezioni presentate dai difensori di Annamaria Arcella, Domenico Buccafurni, Michele Lico, Santo Lico e Caterina Ricciuto disponendo l’annullamento del decreto di fissazione dell’udienza preliminare per un vizio formale e rinviandogli atti al pm. Per Mario Antonio Arcidiacono, invece il gup ha decretato la propria incompetenza territoriale inviandogli atti alla procura di Sala Consilina. Parziale incompetenza territoriale anche per Filippo Alviano che però per alcuni capi di imputazione è stato rinviato a giudizio davanti al tribunale di Vibo. Infine, tre i prosciolti che, quindi, escono totalmente di scena dall’inchiesta avviata dal pm Sisto Restuccia e proseguita dal pm Simona Cangiano. Si tratta di Antonio Michele Bulzomì, Domenico Fuduli e Domenico Gallè per i quali i fatti contestati«non costituiscono reato». Dovranno, dunque, presentarsi innanzi al collegio penale Fortunato Mirabello (‘43), Pietro Naso (’53), Francesco Durante (‘63), Carlo Biagini (‘59), Francesco Mirabello (‘77), Antonio Bertuca (‘70), Maria P. Castagna (‘51),Saverio Caminiti (‘79), Rocco Violi (’43), Vincenzo Ceravolo(‘53), Giovanni Labate (‘56),Vincenzo Pugliese (‘76), Salvatore Vita (‘75), Giuseppe Pugliese (‘54), Giuseppe L. Ceravolo (‘51), Nazzareno Calafati(‘52), Pasquale Vangeli (‘63), Marcello Scarmato (‘73), Mario Nicolino (‘70),Bruno Vena (‘76), Giovanna Chiarello (‘79), Filly Calafati(‘75), Maria Cona Motrici(‘55), Raffaele Greco (‘60), Ernesto Temellini (‘40), Germano Caviglia (‘33), Francesco Mirabello (‘67), Giovanni P. Ceravolo (‘60), Angelo Musumeci(‘47), Domenico Strati (‘49), Giuseppe Palmieri (‘63),Gesualdo Pasceri (‘41), Giuseppe Galli, Gaetano Ascrizzi (‘63), Michele Pannia (‘73),Giuseppe Labate (‘54), Andreotti Paolo Loria (‘44), Rosario Musumeci (‘71), Angelina V. Merlino (‘40), Pasquale Martino (‘63), Francesco Schiavone (‘42), Giuseppe Di Agazio (‘64), Salvatore Ruffa (‘67), Vincenzo Carnovale (‘68), Caterina Micalizzi (‘33),Antonio Violi (‘74), Angelina Crudo (‘69), Pietro Bartuca (‘70), Michele Timpano (‘75),Michele Parrello (‘51), Francesco Amantea (‘56), Luca F. Caruso (‘74), Giuseppe De Biase (‘64), Rosario Gigliotti(‘66), Alberto Zenin (‘32), Giuseppe Vaianella (‘56), Marco Mercatante (‘ 66). Mentre le sei aziende coinvolte sono: Marenostro srl, Cooperativa san Francesco di Paola, Lab Infissi srl, Placet Inox srl,Profiltekna sas, Gel Med snc.
di Francesco Ridolfi
da "Il Quotidiano della Calabria" del 01/05/2009
Etichette:
illegalità,
imprenditori,
indagati,
truffa
“Why not”, chiesto il processo
Cade l’accusa di associazione a delinquere per il governatore e il suo predecessore. Per 7 deciderà MilanoTra i 98 imputati ci sono big della politica regionale, tra cui Loiero e Chiaravalloti
CATANZARO - “Why not”: ultimo atto. Chiuse le indagini preliminari, messe a confronto le tesi dell'accusa con quelle della difesa, il pool di magistrati, che ha lavorato per oltre un anno sulla dirompente inchiesta ereditata dall'ex pm Luigi de Magistris, è arrivato al traguardo. E, senza risparmiare nessuno, ha fatto confluire 98 nomi in una corposa richiesta di rinvio a giudizio partita alla volta dell'ufficio Gip-Gup, dove a giorni sarà fissata l'udienza preliminare, trasmettendo, rispetto alla posizione di altri 7 indagati, gli atti alla Procura di Milano per competenza. In calce al provvedimento la firma del procuratoreEnzo Jannelli e dei sostituti procuratori Alfredo Garbati, Domenico De Lorenzo, Salvatore Curcio e Antonella Lauri, che hanno ripercorso nel dettaglio, capo di imputazione dopo l'altro, tutti gli episodi che vengono contestati agli esponenti del mondo politico e imprenditoriale che, tuttavia, si liberano dell'accusa più pesante, quella dell'associazione a delinquere che coinvolgeva a pieno titolo anche il Governatore Agazio Loiero e il predecessore, Giuseppe Chiaravalloti, tra i nomi eccellenti travolti dalla maxi-inchiesta costruita intorno a un sistema collusivo mai ipotizzato prima in Italia, che avrebbe tenuto le redini di un giro di affari che, secondo l'originario teorema accusatorio, si sarebbe concretizzato nel finanziamento illecito ai partiti e in numerose truffe, ordite grazie all'appoggio di funzionari infedeli e appartenenti ad una sedicente loggia massonica segreta mai individuata, all'ombra di un vero e proprio consociativismo, che avrebbe oltrepassato ogni confine politico, per gestire al meglio l'affare del secolo incentrato sul fiume di denaro erogato dalla Comunità europea. Sullo sfondo, le sacche di precariato intorno alle quali avrebbero costruito la propria fortuna i faccendieri di turno. Inquietanti, secondo i magistrati, gli scenari che avrebbero fatto da sfondo a quei collegamenti a doppio filo tra partiti di diversi schieramenti e tra società private e funzionari pubblici, in un contesto di presunti illeciti consumati nei settori del lavoro interinale e dell'ambiente. Numerosi e gravi i reati che, a vario titolo, rimangono in piedi nella richiesta di rinvio a giudizio e che vanno dall'abuso d'ufficio alla turbata libertà degli incanti, dalla truffa alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, dalla frode nelle pubbliche forniture al peculato, dalla corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio all'istigazione alla corruzione, dall'estorsione alla falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici. Al centro della scena, l'imprenditore Antonio Saladino, ex presidente regionale della Compagnia delle opere di Lamezia Terme nelle cui agende i carabinieri del Reparto operativo avevano trovato appuntato, su alcuni elenchi relativi a personale assunto, anche il nome di tale Loiero poi ricondotto al Governatore, il cui nome era così finito accanto a quello del suo vice di allora, Nicola Adamo, tra i primi ad essere iscritto nel registro degli indagati, in riferimento alla sussistenza di un “sodali - zio criminale, con distribuzione di ruoli tra imprenditori, professionisti e pubblici amministratori, finalizzato, attraverso la costituzione di società e/o la partecipazione in società già costituite, a percepire in modo illecito finanziamenti pubblici, per importi ammontanti a diversi milioni di euro». Quindi, a pioggia, i nomi di parlamentari, amministratori regionali in carica e della passata legislatura, tra cui Luigi Incarnato, Mario Pirillo, Pasquale Maria Tripodi e Diego Tommasi; l'ex assessore ed ex parlamentare Giuseppe Ennio Morrone; l'europarlamentare Domenico Basile; il consigliere regionale Alberto Sarra; l'ex sindaco di Catanzaro, oggi consigliere regionale Sergio Abramo; il deputato Giovanni Dima; il sindaco di Cosenza Salvatore Perugini; gli ex assessori regionali Gianfranco Luzzo e Dionisio Gallo; il consigliere regionale Franco Morelli (An). Ma anche il segretario generale della Giunta, Nicola Durante, e diversi funzionari regionali. E non manca la superteste Caterina Merante, le cui dichiarazioni si erano rivelate decisive nella prima fase all'inchiesta, che la vede sotto accusa solo per una presunta violazione delle norme in materia di occupazione emercato del lavoro, in relazione all'attività della società di lavoro interinale “Why not”.
I NOMI
ABRAMO Sergio, Catanzaro; ADAMO Nicola, Cosenza; ALOISIO Carmine, Isola Capo Rizzuto; ALUFFI Silvana, Cantù (CO); ALVARO Mario, Castrovillari; ANASTASI Pasquale, Palmi; ANDRICCIOLA Pietro, Lamezia Terme; BASILE Domenico, Vibo Valentia; BEVILACQUA Gianpaolo, Lamezia Terme; BIAMONTE Peppino, S. Pietro Apostolo (CZ); BILOTT A Gianluca, Mendicino (CS); BLOISE Raffaele, Mormanno; BORGHI Armando, Cantù (Co); BRUNO BOSSIO Vincenza, Cosenza; CACCURI BAFFA Rosario, Cosenza; CALIGIURI Renzo, Castrovillari; CALVANO Rosario, Rende; CAPOCASALE Francesco, Cosenza; CASELLI Ernesto, Diamante (CS); CEVENINI Giorgio, Pozzuoli; CHIARAVALLOTI Giuseppe, Catanzaro; CITRIGNO Pasquale, Cosenza; CONFORTI Eugenio Luigi, Marano Principato (Cs); COSTANTINO Nicola, Reggio Calabria; CUMI NO Franco Nicola, Corigliano Calabro; CURTO Aldo, Catanzaro; DE GRANO Mariangela, Vibo Valentia; DE GRANO Francesco, Vibo Valentia; DI DONNA Nadia, Cosenza; DIMA Giovanni, Rossano; DITTO Gennaro, Paola; DURANTE Nicola, Catanzaro; ESPOSITO ALFONSO, Diamante; FAGA' Maria Teresa, Catanzaro; FASCI' Saverio, Catanzaro; FRAGOMENI Giuseppe, Reggio Calabria; FRANCO Antonio Michele, Cosenza; FRANZE' Giancarlo, Lamezia Terme; FUSCO Roberto, San Giorgio del Sannio (Bn); GALLO Dionisio, Cotone; GALLUCCI Mariano, Cosenza; GARAGOZZO Nicola, Lamezia Terme; GARGANO Antonio, Palmi (RC);GATTO AntoninoGiuseppe, Rende; GAUDENZI Francesca, Cosenza; GIANNETTI Raffaele, Roma; GENTILE Giuseppe, Cosenza; GIMIGLIANO Fiorino, Cosenza; GIMIGLIANO Mario, Rende (CS); INCARNATO Luigi, Cosenza; INNOCENZI Emilio, Roma; INTRIERI Emilia, Cosenza;LACARIA Giovanni, Lamezia Terme; LA CHIMIAAntonio Alessandro,Lamezia Terme;LAVORATO Fabiano,Nicotera (W); LEMMA Domenico, Reggio Calabria; LEONE Pier Luigi, Roma; LEONETTI Rocco, Mormanno; LlLLO Giuseppe Antonio Maria, Lamezia Terme; LOIERO Agazio, Catanzaro; LOIERO Tommaso, Catanzaro; LUCIFERO Francesco, Crotone; LUZZO Gianfranco, Lamezia Terme; MACRI' Pietro, Vibo Valentia; MAGARO' Marino, Rende; MAGURNO Clara Maierà (CS);MANNA Rolando, Cosenza; MARAFIOTI Pasquale, Seminara; MARASCO Rosalia, Cosenza; MAZZA Antonio, Miglierina (CZ) MERANTE Caterina, Catanzaro; MINOIA Giambattista, Lacchiarella (MI); MONTAGNESE Michele Cinquefrondi; MORABITO Vincenzo Gianluca, Lamezia Terme; MORELLI Francesco, San benedetto Ullano (CS); MORRONE Giuseppe Ennio, Cosenza; MURACA Luigi,Catanzaro ; NOLA Giuseppe, Cassano allo Jonio; PASCALE Giuseppe, Salerno; PASTORE Renato, Asmara (Etiopia); PEGORARI Aldo,Catanzaro, PERUGINI Salvatore, Cosenza; PIRILLO Mario, Amantea (CS); PIZZINI Antonio, Paola; POMETTI Filomeno Corigliano Calabro; POSTORINO Filippo,Campo Calabro; ROMANOCesare Carlo, Bova Marina;SALADINO Antonio, Nicastro; SALADINO Francesco, Catanzaro; SALADINO Saverino, Lamezia Terme; SANESI Cristina, Prato; SARRA Alberto Vincenzo Antonio, Reggio Calabria, SAVAGLIO Sabatino, Cosenza;SCARDAMAGLIA Mario, Lamezia Terme; SCHETTINI Fabio, Roma; SCOPELLITI Rinaldo Cittanova; SIBIANO Lucia, Vico Equense; SIMONETTI Francesco Maria, Gioiosa Jonica; SPATARO Michelangelo, Cosenza; TOMMASI Diego, Cosenza; TRIPODI Pasquale Maria, Montebello Jonico (RC); TURA TIO Renzo, Padova; VACCA Luigi, San Basile (CS); VIA PIANA Antonio, Catanzaro; VIGNA Luciano, Cosenza; VIZZONE Domenico, Rosarno (RC).
da "Il Quotidiano della Calabria" del 01/05/2009
Etichette:
illegalità,
indagati,
truffa
giovedì 19 febbraio 2009
Bruni e Bono rinviati a giudizio
Per abuso di ufficio nelle rispettive qualità di ex presidente ed ex dirigente della ProvinciaAvrebbero avvantaggiato due dipendenti a danno di un altro.
L'EX PRESIDENTE della Provincia, Gaetano Ottavio Bruni, e un ex dirigente di nomina presidenziale, Ottavio Bono, sono stati rinviati ieri a giudizio per abuso d'ufficio in concorso dal gup del Tribunale di Vibo Valentia Lucia Monaco, su richiesta del sostituto procuratore Enrica Medori. Bruni e Bono sono accusati, ciascuno in relazione all'ufficio ricoperto, di aver abusato del loro potere per recare un ingiusto vantaggio a due dipendenti della Provincia, recando nel contempo un danno ad un altro dipendente ed all'amministrazione stessa. La vicenda è complessa e risale al 2004, periodo in cui Bruni fu rieletto presidente della Provincia e vennero rinominati alcuni dirigenti. Fra questi, Armanda De Sossi e Antonio Vinci, ai quali, secondo la pubblica accusa, Bruni e Bono hanno procurato, con il loro comportamento un ingiusto vantaggio patrimoniale “consistito nell'aver mantenuto senza titolo per diversi anni in disponibilità i posti di ruolo categoria D3 assegnati a predetti, non consentendone la vacanza e quindi l'assegnazione a terzi mediante pubblico concorso”, e ciò contro quanto prescrive il testo unico sul pubblico impiego che prevede il divieto di cumulo di incarichi all'interno della Pubblica Amministrazione. La De Sossi, spiega l'accusa, nel 1999,con Bruni appena eletto presidente di Provincia, venne da questi nominata dirigente e quindi fece richiesta di aspettativa senza assegni. La richiesta, per legge, non avrebbe potuto essere accettata ed invece fu accolta dal dirigente degli Affari Generali Ottavio Bono, il quale firmò la relativa determina. Dopo quattro anni, il primo settembre 2004 (all'inizio del secondo mandatodi Bruni), scrive il pm Medori (ieri sostituita dal pm Francesco Rotondo), Bruni e Bono “procedevano a riammettere la predetta De Sossi nel ruolo categoria D3 dopo 5 anni, qualificando la richiesta di aspettativa del 1999 quale istanza di dimissioni”, con contestuale modifica della determina fatta 5 anni prima. In tal modo, però, anziché sanare l'illecito precedente ne è stato commesso un secondo, perché secondo la legge (127/97) la riassunzione può avvenire soltanto entro 30 giorni dalle dimissioni. Subito dopo, scrive ancora il pm, la funzionaria si è di nuovo dimessa al fine di poter essere rinominata dirigente, salvo essere nuovamente riammessa in servizio come funzionaria (nel novembre 2005). Quanto a Vinci, continua l'accusa, dopo il suo trasferimento da altro ente (Consorzio di Bonifica) avvenuto nel 2002, appena divenuto funzionario categoria D3 della Provincia egli si dimise per assumere l'incarico da dirigente, per poi essere riammesso in servizio come funzionario due anni dopo (2004) e 15 giorni dopo si è ancora dimesso per poter di nuovo essere nominato dirigente. Ma siccome la riammissione in servizio avvenne dopo due anni e quindi ben oltre i 30 giorni previsti dalla legge, anche in questo caso gli autori dei presunti atti illeciti sono stati rinviati a giudizio per abuso d'ufficio in concorso. In pratica, quindi, Bruni e Bono sono accusati di aver permesso a De Sossi e Vinci di essere nominati dirigenti senza essere costretti a dimettersi da funzionari, come vuole la legge che prevede la risoluzione immediata del rapporto di lavoro precedente per chi diviene dirigente. Così, De Sossi e Vinci si sono trovati nella posizione privilegiata di poter occupare due posti ciascuno nella Provincia, uno da dirigente ed uno (indebitamente congelato a loro favore) di funzionario. In questo modo, inoltre, Bruni e Bono avrebbero impedito ad altri di poter legittimamente aspirare a due posti da funzionari, che avrebbero dovuto essere lascianti vacanti ed invece non lo erano. Tra i danneggiati da questo comportamento, quindi come persona offesa, agli atti del procedimento risulta un funzionario, Gianluca Contartese, che secondo il suo legale (avvocato Rita Parentela) essendo arrivato secondo in un concorso pubblico del 2000 e poi essendo stato assunto a parttime 18 ore alla Provincia per scorrimento di graduatoria nel 2002, “non ha potuto esercitare il suo diritto, fin dall'inizio della sua assunzione, alla trasformazione del rapporto di lavoro da part time a tempo pieno, pur ricorrendone tutti i presupposti”. Il gup ha accolto la tesi della Parentela, considerando Contartese persona offesa da reato e quindi ammettendo la sua costituzione di parte civile nel processo che inizierà nel prossimo aprile. Nella lista delle persone (giuridiche) offese c'è anche l'Amministrazione provinciale, che però non si è costituita parte civile.
di R. V.
da "Il Quotidiano della Calabria" del 19/02/2009
Etichette:
Il Quotidiano della Calabria,
illegalità,
indagati,
lavoro,
truffa
Dirigenti "intoccabili". A giudizio Bruni e Bono.
Provincia di Vibo, processo per ex presidente e funzionario.Il gup Lucia Monaco, accogliendo la richiesta avanzata dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia, ha disposto ieri il rinvio a giudizio dell’ex presidente della Provincia Gaetano Ottavio Bruni e dell’ex dirigente agli Affari generali Ottavio Bono, imputati per abuso d’ufficio in concorso nell’ambito di un procedimento penale istruito dal pm Enrica Medori. Il processo a loro carico si aprirà il prossimo 21 aprile. A Bruni e Bono si imputa di aver procurato «intenzionalmente », a due dirigenti dell’ente assunti a tempo determinato - Armanda De Sossi e Antonio Vinci -, un «indebito vantaggio patrimoniale costituito dall’aver mantenuto senza titolo per diversi anni in disponibilità i posti di ruolo categoria D3 non consentendone la vacanza e quindi l’assegnazione a terzi mediante pubblico concorso». Ciò sarebbe stato possibile attraverso un singolare valzer di collocazioni in aspettativa e dimissioni. Il “trucco” è riassunto nella contestazione prodotta dal pm Enrica Medori, ieri in udienza preliminare sostituita dal collega Francesco Rotondo. Bruni e Bono, avrebbero collocato in «aspettativa senza assegni» la dirigente Armanda De Sossi, funzionario contabile, con determina 175/99 e, contestualmente, avrebbero nominato la stessa dirigente per «il quinquennio 1999- 2004 (fino al 31.08.04)». Quindi, in «aperto contrasto con il divieto di cumulo degli incarichi», con determina numero 82 dell’1 settembre 2004, Bruni e Bono «rimettevano la predetta De Sossi in posto di ruolo categoria D3 dopo cinque anni, qualificando la richiesta di aspettativa del 1999 quale istanza di dimissioni», in contrasto quindi con le norme che regolamentano la «riammissione in servizio a seguito di dimissioni ». Ma due settimane dopo, il presidente della Provincia e il dirigente agli Affari generali avrebbero accettato nuove dimissioni della stessa dirigente De Sossi per «consentirle nuovamente, a far data dal 16.09.2007, di stipulare un nuovo contratto di lavoro a tempo determinato con funzione dirigenziale». Inoltre avrebbero proceduto a «riammetterla in servizio in data 4.11.05 nell’organico di categoria D3 con contestuale revoca delle dimissioni precedentemente assegnate, per poi investire nuovamente la predetta di ulteriore incarico dirigenziale in atto fino al 31.12.06». In pratica un complesso escamotage per cristallizzare a tempo “indeterminato” una posizione dirigenziale solo sulla carta a tempo “determinato”. Lo stesso sistema sarebbe stato adottato in relazione alla posizione di un altro funzionario, Antonio Vinci. Bruni e Bono, infatti, avrebbero «autorizzato - è scritto nella contestazione - in data 30.01.02 il trasferimento in mobilità del dr. Vinci Antonio dal Consorzio di bonifica integrale al settore Affari generali della Provincia». Poi, «dovendo assegnare un posto da funzionario cat. D3», gli imputati «accettavano le dimissioni presentate in data 31.01.02 dallo stesso Vinci dal posto di ruolo cat. D cui era stato ammesso il giorno prima per conferirgli a far data dall’1.02.02 un incarico dirigenziale a tempo determinato », cui seguiva a distanza di circa due anni ed in contrasto con la norma, la «revoca delle dimissioni presentate nel 2002 e la riammissione in servizio con determina n.81 dell’1.09.04 nel posto di ruolo categoria D3, per poi procedere nuovamente ad accettazione delle dimissioni in data 15.09.04 e successivo conferimento incarico dirigenziale a partire dal 16.09.04 e fino al 31.12.06». L’inchiesta del pm Medori ha avuto inizio dopo una denuncia presentata dal dipendente della Provincia di Vibo Gianluca Contartese l’1 agosto del 2006. Dello stesso dipendente, assistito dall’avvocato Rita Parentela, è stata ammessa la costituzione di parte civile già in sede di udienza preliminare. L’ex presidente Bruni e l’ex dirigente Bono sono difesi dall’avvocato Aldo Assisi. Come parte offesa è stata individuata l’amministrazione provinciale nella persona del nuovo presidente Francesco De Nisi, che al momento, però, non ha presentato istanza di costituzione di parte civile.
di Pietro Comito
da "Calabria Ora" del 19/02/2009
Etichette:
Calabria Ora,
illegalità,
indagati,
lavoro,
truffa
Tassi (Sd): «I concorsi? Un optional»
LA DENUNCIA
«La Corte costituzionale ha più volte affermato che il concorso resta la regola per l’accesso all’impiego nelle amministrazioni pubbliche, ancor più quando si tratta di dirigenti, da rispettare per assicurare imparzialità ed efficienza». Lo ricorda, agli amministratori dalla memoria corta, il segretario provinciale della Sinistra democratica Pino Tassi, il quale sottolinea come «la legge Bassanini ha voluto la separazione netta tra le cariche pubbliche e l’apparato dirigenziale per non avere dirigenti asserviti alla politica». Fatte queste premesse, Tassi si chiede «come mai il sindaco di Vibo Valentia e il presidente della Provincia non sembrano, ad oggi, essere minimamente interessati a rispettare le regole generali, incuranti persino delle innumerevoli sentenze di Tar, Consiglio di stato, Corte costituzionale». E ancora: «Un buon sindaco e un buon presidente della Provincia, se avessero a cuore gli interessi generali, dovrebbero essere lieti di avere nella propria amministrazione un apparato burocratico stabile ed indipendente, non precario e sottoposto a condizionamenti. E invece continuano a scegliere i dirigenti delle proprie amministrazioni attraverso chiamate dirette o attraverso avvisi che sembrano costruiti su misura e che fanno nascere sospetti di scelte di natura politica e amicale, ricorrendo sempre ad un inesistente stato di necessità e di urgenza, che è l’unico motivo che consente la deroga dal pubblico concorso». Rileva inoltre: «Eppure il sindaco di Vibo più volte, in questi anni, ha dichiarato alla stampa e in televisione che era necessario fare i concorsi pubblici. E allora delle due l’una: o il sindaco vuole davvero i concorsi pubblici e allora li faccia, o sta prendendo in giro la collettività, di cui tra l’altro sta spendendo i soldi, in quanto non solo non attua le sentenze per come avrebbe il dovere di fare , ma ha la “felice” idea di appellarsi ogni volta al Consiglio di Stato, compiendo scelte fortemente onerose per la collettività, probabilmente arrecando anche un danno erariale all’Ente pubblico e avvantaggiando solo le parcelle degli avvocati». Quanto al presidente De Nisi, invece, «tace e non risponde alle domande poste dai partiti della sinistra alimentando in questo modo dubbi e illazioni. Presidente, ci vuole informare sui criteri adottati per le ultime scelte dei dirigenti? Ci vuole dire in che tempi pensa di realizzare i concorsi pubblici? Dobbiamo attendere qualche altra sentenza del Tar o del Consiglio di stato per operare in questa direzione?». Quindi conclude: «L’amministrazione pubblica dovrebbe essere una casa di vetro per dare alle nostre amministrazioni pubbliche le migliori energie e le migliori professionalità, al fine di migliorare il funzionamento dell’apparato pubblico e quindi tutto il territorio. Invece niente di tutto questo…».
da "Calabria Ora" del 19/02/2009
«La Corte costituzionale ha più volte affermato che il concorso resta la regola per l’accesso all’impiego nelle amministrazioni pubbliche, ancor più quando si tratta di dirigenti, da rispettare per assicurare imparzialità ed efficienza». Lo ricorda, agli amministratori dalla memoria corta, il segretario provinciale della Sinistra democratica Pino Tassi, il quale sottolinea come «la legge Bassanini ha voluto la separazione netta tra le cariche pubbliche e l’apparato dirigenziale per non avere dirigenti asserviti alla politica». Fatte queste premesse, Tassi si chiede «come mai il sindaco di Vibo Valentia e il presidente della Provincia non sembrano, ad oggi, essere minimamente interessati a rispettare le regole generali, incuranti persino delle innumerevoli sentenze di Tar, Consiglio di stato, Corte costituzionale». E ancora: «Un buon sindaco e un buon presidente della Provincia, se avessero a cuore gli interessi generali, dovrebbero essere lieti di avere nella propria amministrazione un apparato burocratico stabile ed indipendente, non precario e sottoposto a condizionamenti. E invece continuano a scegliere i dirigenti delle proprie amministrazioni attraverso chiamate dirette o attraverso avvisi che sembrano costruiti su misura e che fanno nascere sospetti di scelte di natura politica e amicale, ricorrendo sempre ad un inesistente stato di necessità e di urgenza, che è l’unico motivo che consente la deroga dal pubblico concorso». Rileva inoltre: «Eppure il sindaco di Vibo più volte, in questi anni, ha dichiarato alla stampa e in televisione che era necessario fare i concorsi pubblici. E allora delle due l’una: o il sindaco vuole davvero i concorsi pubblici e allora li faccia, o sta prendendo in giro la collettività, di cui tra l’altro sta spendendo i soldi, in quanto non solo non attua le sentenze per come avrebbe il dovere di fare , ma ha la “felice” idea di appellarsi ogni volta al Consiglio di Stato, compiendo scelte fortemente onerose per la collettività, probabilmente arrecando anche un danno erariale all’Ente pubblico e avvantaggiando solo le parcelle degli avvocati». Quanto al presidente De Nisi, invece, «tace e non risponde alle domande poste dai partiti della sinistra alimentando in questo modo dubbi e illazioni. Presidente, ci vuole informare sui criteri adottati per le ultime scelte dei dirigenti? Ci vuole dire in che tempi pensa di realizzare i concorsi pubblici? Dobbiamo attendere qualche altra sentenza del Tar o del Consiglio di stato per operare in questa direzione?». Quindi conclude: «L’amministrazione pubblica dovrebbe essere una casa di vetro per dare alle nostre amministrazioni pubbliche le migliori energie e le migliori professionalità, al fine di migliorare il funzionamento dell’apparato pubblico e quindi tutto il territorio. Invece niente di tutto questo…».
da "Calabria Ora" del 19/02/2009
Etichette:
Calabria Ora,
lavoro,
truffa
venerdì 30 gennaio 2009
Talarico non ci sta e denuncia
Comune. L’esposto del presidente del Consiglio depositato in Questura.Nel mirino la dirigente Teti e l’addetto stampa Nusdeo.
Al centro la legittimità dell’incarico da giornalista.
ACQUE agitate, e non poco, all'interno di Palazzo Luigi Razza. Tanto da chiedere che si svolgano al più presto indagini certosine per accertare se alcuni comportamenti riferibili ad impiegati e dirigenti comunali siano stati corretti o meno. Dentro o fuori dalle norme di legge previste per le Politiche del personale. Il presidente del consiglio comunale Marco Talarico ha, infatti, presentato in Questura una denuncia-querela contro l'attuale addetto stampa dell'amministrazione comunale Antonello Nusdeo. Incarico, questo, che quest'ultimo svolgerebbe, per Talarico, in maniera illegittima. Non solo: nella vicenda, sempre il presidente dell'assemblea ha tirato in ballo anche la dirigente agli Affari generali Adriana Teti, la quale, come vedremo meglio di seguito, sarebbe responsabile, a dire del presidente del Consiglio, di non aver preso gli adeguati e urgenti provvedimenti contro il dipendente comunale. Il fatto. Nella corposa documentazione presentata nei giorni scorsi agli uomini della Questura, il presidente del Consiglio avrebbe, tra l'altro, riferito che Nusdeo svolge il ruolo di addetto stampa all'interno di Palazzo Luigi Razza senza alcuna autorizzazione. Quasi in forma abusiva, dunque, ma contestualmente con il benestare dell'amministrazione. In questo caso con quello proprio della dirigente Teti, la quale si occupa anche delle Politiche del personale. A fronte, poi, di questo impegno, svolto al servizio dell'attuale amministrazione guidata dal sindaco Franco Sammarco, il dipendente Nusdeo partecipando alle sedute di consiglio comunale in qualità di addetto stampa, si assenterebbe da quello che, a parere del presidente del Consiglio, sarebbe il suo vero e unico incarico al Comune capoluogo: vale a dire quello di geometra. Per Talarico, pertanto, Nusdeo non sarebbe legittimato a sedere neanche al tavolo dei giornalisti, che si trova al centro dell'aula consiliare, nel corso delle riunioni del civico consesso. In merito va, però, aggiunto che lo stesso partecipa alle sedute anche in qualità di direttore responsabile de “Il Vibonese”. Tutto questo, poi, a suo tempo fu fatto presente dal presidente del Consiglio alla dirigente del settore Personale. E da quanto è stato possibile apprendere da autorevoli fonti comunali, anche la Teti si disse d'accordo con lo stesso Marco Talarico: e cioè che Antonello Nusdeo non era per nulla autorizzato a svolgere le funzioni di addetto stampa. Da qui, pertanto, l'invito all'interessata da parte sempre del presidente del civico consesso a prendere immediati e urgenti provvedimenti disciplinari nei confronti del dipendente. Ma se in un primo momento la responsabile di settore assicurò Talarico di un suo rapido interessamento in questo senso, con il passare dei giorni e poi dei mesi evidentemente non si fece più nulla. Ecco perché oggi il presidente del consiglio comunale del capoluogo ha deciso di rivolgersi agli ordini inquirenti e denunciare sia Antonello Nusdeo sia Adriana Teti. L'interessato, insomma, vuole stabilire nero su bianco e secondo quanto previsto dalla legge se qualcuno abbia agito fuori dalle regole. Se ci siano stati, in buona sostanza, reati «di abuso di ufficio, omissioni in atto d'ufficio, favoreggiamento » e altro ancora. Tuttavia, va precisato che Nusdeo non svolge tale incarico di sua semplice e spontanea iniziativa: all'interessato, infatti, fu fatto nel lontano 4 febbraio del 1998 un preciso ordine di servizio al fine di curare la comunicazione tra il Palazzo e la collettività amministrata. Tranne, poi, il breve periodo di gestione commissariale intercorso tra l'amministrazione Costa e quella dell’attuale sindaco Sammarco, in cui Nusdeo fu trasferito all'ufficio relazioni esterne con il pubblico, quest'ultimo ha continuato a svolgere sempre l'incarico di addetto stampa. Anche perché tale ordine di servizio a tutt’oggi non sarebbe mai scaduto. L’inizio. Il caso sull’incompatibilità di Nusdeo a svolgere il ruolo di addetto stampa fu sollevato qualche mese addietro da parte del segretario provinciale della Uil Luciano Prestia e successivamente ripreso proprio dal presidente Marco Talarico. La vicenda, invece, fu successivamente portata in aula il 17 dicembre dello scorso anno dal consigliere comunale del gruppo Misto Valentino Preta, il quale presentò all'ufficio di presidenza una apposita interrogazione, poi letta in aula durante i lavori consiliari. Nel documento in questione veniva ricordato, tra l’altro, che «il dipendente Nusdeo è stato assunto nel Comune nella qualità di geometra ed attualmente in dotazione organica categoria C. E originariamente destinato al settore Lavori pubblici e a quello dell'Urbanistica ». E ancora: «Continuare - scrisse Preta nel suo documento - a fare rivestire al citato dipendente “una qualifica di fatto” arrecherebbe gravissimi danni erariali all'ente», mentre nel caso in cui «l'amministrazione volesse dotarsi di un ufficio stampa sarebbe necessario attivare la concertazione sindacale e ricorrere alla ex legge 150/2000 alle opportune vie previste trovando figure professionali comunque dotate di laurea». A favore del dipendente comunale ci fu, invece, l’intervento del consigliere comunale dell’Udc Salvatore Bulzomì. In un articolato comunicato stampa, quest’ultimo fece presente di avere «accertato che al Municipio di Vibo Valentia dal 1997, di fatto, è operante un apposito ufficio stampa il quale durante le precedenti amministrazioni di centrodestra (D'Agostino e Costa) è stato diretto dal giornalista Giuseppe Orefice con la collaborazione di un suo collega dipendente comunale, Antonello Nusdeo. Quest'ultimo, regolarmente iscritto all'albo nazionale dei giornalisti, sin dall'insediamento del sindaco e della giunta Sammarco risulta abbia svolto, come tuttora svolge in un apposito ufficio allocato al primo piano del Municipio, attività di comunicazione istituzionale ad esclusivo indirizzo dell'amministrazione attiva». Antonello Nusdeo, ricordò tra l’altro il consigliere di minoranza Bulzomì, «nel 2000 è stato autorizzato a frequentare nella capitale un master in comunicazione per capo ufficio stampa, finanziato addirittura con fondi comunali. Orbene, se da una parte l'intervento del presidente del consiglio comunale evidenzia che Nusdeo non ha le previste autorizzazioni ad espletare i compiti e le funzioni che di fatto assolve, dall'altro - concluse Bulzomì - non si comprende il motivo per il quale il sindaco ed il suo esecutivo continuino ad utilizzare lo stimato professionista vibonese senza regolarizzare la sua posizione giuridica ed economica, assumendo così responsabilità che potrebbero ritorcersi negativamente sull'ente».
di Francesco Mobilio
da "Il Quotidiano della Calabria" del 30/01/2009
Etichette:
comune,
Il Quotidiano della Calabria,
truffa
giovedì 18 dicembre 2008
Imprenditori sotto accusa
Indagati per truffa, fatturazione falsa ed evasione fiscaleSETTANTRÉ indagati, di cui sei aziende, chiamati a rispondere di reati gravi che da ieri siedono dinanzi al giudice per l’udienza preliminare in attesa di conoscere se saranno rinviati a giudizio o prosciolti. Si tratta nella maggior parte di imprenditori fra i più importanti del territorio vibonese accusati a vario titolo di truffa ai danni dello Stato, fatturazioni false dirette a certificare spese in realtà mai sostenute, e, in alcuni casi, anche di usura. Un processo che certamente ha destato grande scalpore quando, oltre un anno fa, scattò con il sequestro di numerose aziende e attività fra le più note e importanti del territorio. Ieri il gup Lucia Monaco ha dato inizio alla fase della discussione da parte dei legali della difesa che hanno affrontato la posizione dei propri assistiti con l’obiettivo, naturalmente, di convincere il giudice della loro estraneità ai fatti. Fra gli imputati spiccano nomi eccellenti come l’attuale commissario straordinario della Camera di Commercio, Michele Lico, il testimone di giustizia, Vincenzo Ceravolo, o l’imprenditore Lello Greco, cui si aggiungo numerosi altri esponenti del mondo imprenditoriale e alcune imprese quali la Marenostro Srl, la Cooperativa San Francesco di Paola, la Lab Infissi, la Planet Inox srl, la Profiltekna sas e la Gel Med snc. Enucleare un contesto unitario dai 112 capi di imputazione contestati non è semplice ma quello che emerge da una sommaria analisi è che per la maggior parte si tratta di accuse riconducibili a violazioni inerenti il decreto legislativo 74 del 2000 relativo alla disciplina dei reati in materia di imposte. In particolare la maggioranza delle contestazioni si riferisce ad una violazione dell’articolo 8 del decreto che persegue l’emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti e in conseguenza a ciò anche alla violazione prevista dall’articolo 2 che contesta la dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti. Non mancano, comunque, le contestazioni di truffa messa in piedi, secondo l’accusa, «al fine di ottenere l’erogazione di un contributo pubblico a fondo perduto» che in molti casi fa riferimento al Patto territoriale della Provincia di Vibo Valentia. Nel corso delle prossime udienze, la prima delle quali è stata fissata per l’11 febbraio, sarà completata la fase della discussione da parte dei legali degli indagati al termine della quale il gup Monaco deciderà sul rinvio a giudizio e scioglierà le riserve su alcune eccezioni di genericità del capo di imputazione avanzate dai legali.
di Francesco Ridolfi
da "Il Quotidiano della Calabria" del 18/12/2008
Truffa, imputati davanti al GUP
Sessantasette richieste di rinvio a giudizio. L’11 febbraio le conclusioni.Si è riaperta ieri mattina ed è stata aggiornata all’11 febbraio, per la conclusione delle arringhe difensive e la replica del pm Simona Cangiano, l’udienza preliminare del maxiprocesso originato dall’operazione coordinata dall’allora sostituto procuratore della Repubblica di Vibo Sisto Restuccia e condotta dalla Guardia di finanza, che il 16 aprile 2007 portò all’emissione di diversi provvedimenti di tipo cautelare da parte del gip Vincenzo Capomolla e alla notifica di una pioggia di informazioni di garanzia. Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, malversazione ai danni dello Stato, reati fiscali, queste a vario titolo le accuse sostenute dalla Procura, ieri rappresentata in aula dal pm Silvia Golin. Imputati, davanti al gup Lucia Monaco, Fortunato Mirabello (’43), Domenico Buccafurni (’62), Michelino Roberto Lico (’64), Santo Lico (’30), Pietro Naso (’53), Francesco Durante (’63), Carlo Biagini (’59), Francesco Mirabello (’77), Antonio Bertuca (’70), Maria Provvidenza Castagna (’51), Saverio Caminiti (’79), Caterina Ricciuto (’69), Rocco Violi (’43), Vincenzo Ceravolo (’53), Filippo Alviano (’58), Giovanni Labate (’56), Vincenzo Pugliese (’76), Salvatore Vita (’75), Giuseppe Pugliese (’54), Giuseppe Leonardo Ceravolo (’51), Antonio Michele Bulzomì (’42), Domenico Gallé (’47), Domenico Fuduli (’48), Nazzareno Calafati (’52), Pasquale Vangeli (’63), Marcello Scarmato (’73), Mario Nicolino (’70), Bruno Vena (’76), Giovanna Chiarello (’79), Filly Calafati (’75), Maria Cona Mobrici (’55), Raffaele Greco (’60), Ernesto Temellini (’40), Germano Caviglia (’33), Francesco Mirabello (’67), Giovanni Pietro Ceravolo (’60), Annamaria Arcella (’75), Angelo Musumeci (’47), Domenico Strati (’49), Giuseppe Palmieri (’63), Gesualdo Pasceri (’41), Mario Antonio Arcidiacono (’59), Giuseppe Galli (’65), Gaetano Ascrizzi (’63), Michele Pannia (’73), Giuseppe Labate (’54), Paolo Loria Andreotti (’44), Rosario Musumeci (’71), Angelina Virginia Merlino (’40), Pasquale Martino (’63), Francesco Schiamone (’42), Giuseppe Di Agazio (’64), Salvatore Ruffa (’67), Vincenzo Carnevale (’68), Caterina Micalizzi (’33), Antonio Violi (’74), Angelina Crudo (’69), Pietro Bertuca (’70), Michele Timpano (’75), Michele Parrello (’51), Francesco Amantea (’56), Luca Francesco Caruso (’74), Giuseppe De Biase (’64), Rosario Gigliotti (’66), Alberto Zeni (’32), Giuseppe Vaianella (’56), Marco Mercatante (’66). Secondo la tesi accusatoria, le imprese avrebbero dimostrato «falsamente » di aver sostenuto oneri per realizzare certi investimenti al fine di ottenere le erogazioni pubbliche. Pertanto, sulla base degli elementi probatori forniti dal pm Restuccia, l’allora gip Vincenzo Capomolla dispose il sequestro preventivo della somma di 5.050.101,17 euro - contributi pubblici ancora in attesa di erogazione da parte del Ministero per lo Sviluppo economico - nonché delle sei aziende destinatarie: la Marenostro srl, con sede a Portosalvo, attiva nella trasformazione dei prodotti ittici e assegnataria di un contributo, derivante dal Patto territoriale, di 11.742.173 euro, di cui 7.828.113 già erogati; la Cooperativa San Francesco di Paola scarl, con sede a Portosalvo, che si dedica all’itticoltura, assegnataria di un contributo, sempre derivante dal Patto territoriale, di 1.738.280 euro, di cui 1.158.851 già erogati; la Lab Infissi srl, con sede a Maierato, che si occupa della produzione di infissi, assegnataria di un contributo, nell’ambito della legge 488/92, di 1.024.878 euro, dei quali 922.390 già erogati; la Planet Inox srl, con sede a Vibo Valentia, operativa nella produzione di accessori in alluminio per la nautica, assegnataria, sempre ai sensi della legge 488/92, di un contributo di 1.426.750 euro, dei quali 608.094 già erogati; la Gel Med snc, con sede a Vibo Valentia, attiva nella produzione e commercializzazione di gelati, assegnataria ai sensi della 488/92 di un contributo di 1.053.764, dei quali 925.544 già erogati; la Profiltekna sas, con sede a Vibo Valentia, dedita alla produzione di porte e finestre metalliche, assegnataria di un contributo di 406.431 euro, dei quali 270.954 euro già erogati ai sensi della legge 448/92.
di Pietro Comito
da "Calabria Ora" del 18/12/2008
Etichette:
imprenditori,
indagati,
truffa
Iscriviti a:
Post (Atom)
