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giovedì 30 ottobre 2014

Bonifiche fantasma in laguna, riparte l’inchiesta: nuova raffica di indagati.


Questa mattina sono stati notificati 26 avvisi di garanzia: in cima all'elenco, i tre ex commissari delegati Paolo Ciani, Gianfranco Moretton e Gianni Menchini, già indagati nella precedente indagine, e Gianfranco Mascazzini, per anni direttore generale del ministero dell'Ambiente.


UDINE - Si erano inventati un'emergenza ambientale nella laguna di Grado e Marano, per ottenere i denari dello Stato e spartirseli tra loro: decine di milioni di euro a fronte di un inquinamento inesistente, al solo scopo di riempire le tasche di amministratori e imprenditori dal Friuli e dal Veneto a Roma, negli uffici del ministero dell'Ambiente, dove la truffa era stata concepita e da dove per dieci anni (dal 2002 al 2012) ha continuato a essere manovrata.
Due anni dopo lo scandalo delle bonifiche "fantasma" e la chiusura del Commissario delegato della laguna friulana decretato dall'allora premier Monti proprio alla luce del clamoroso bluff scoperto dalla magistratura udinese, è la Procura di Roma a riproporne il teorema e tornare alla carica con una seconda tornata di avvisi di garanzia: 26 quelli in notifica da stamani, tra Nord Est e Capitale, con nomi e contestazioni vecchi e nuovi.
In cima all'elenco, i tre ex commissari delegati Paolo Ciani, Gianfranco Moretton e Gianni Menchini (politici i primi due, tecnico il terzo), già indagati nella precedente indagine friulana, e Gianfranco Mascazzini, per anni direttore generale del ministero dell'Ambiente.
Nei guai anche Giovanni Mazzacurati, l'ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e della Tethis srl di Venezia travolto dalla bufera giudiziaria sul Mose, e i legali rappresentanti delle società ingrassate a suon di finanziamenti per appalti di opere considerate adesso inutili o mai realizzate: Raffaele Greco, della cooperativa Nautilus, di Vibo Valentia, Alberto Altieri e Guido Zanovello, dello studio Altieri spa di Thiene, Vincenzo Assenza e Fausto Melli, della Sogesid srl di Roma, società in house del ministero dell'Ambiente. E, ancora, Marta Plazzotta, dirigente dell'Arpa di Udine, Massimo Gabellini, alla guida della II Direzione dell'Icram (ora Ispra) e Silvestro Greco, direttore scientifico del medesimo istituto, e Antonella Ausili ed Elena Romano, dell'istituto Ispra (già Icram) di Roma, cioè degli organi deputati a certificare lo stato di salute della laguna.
Per due terzi degli indagati, il pm romano Alberto Galanti ha formulato l'ipotesi di reato dell'associazione a delinquere, finalizzata al falso e alla truffa ai danni dello Stato. L'ammontare della truffa, contestata in concorso a tutti nei periodi di rispettiva competenza, è stato calcolato in circa cento milioni di euro. Mascazzini e altri (Menchini e le due ricercatrici dell'Ispra in un caso, tre manager di Sogesid nell'altro) sono accusati anche di abuso d'ufficio, in relazione agli interventi di messa in sicurezza della Caffaro di Torviscosa e al distaccamento presso il ministero di personale della Sogesid.
Un ulteriore filone riguarda le cosiddette "transazioni ambientali", cioè il pagamento di ingenti somme di denaro che numerosi imprenditori con immobili nel Sito d'interesse nazionale di Porto Marghera (tra cui l'Intermodale Marghera e Fincantieri) sarebbero stati costretti a scucire al ministero dell'Ambiente, che a sua volta li versava al Consorzio Venezia Nuova, per alimentare la struttura e per effetto delle quali l'obbligo di bonifica si trasferiva al dicastero stesso. Il quale, in tesi accusativa, non soltanto non vi avrebbe mai provveduto, ma avrebbe nel tempo incamerato qualcosa come più di 500 milioni di euro. Da qui, l'ipotesi del concorso in concussione a carico di Mascazzini e di suoi fedeli, oltre che di Mazzacurati.
Alle stesse conclusioni era sostanzialmente approdato già il pm di Udine, Viviana Del Tedesco, con la maxi-inchiesta culminata appunto nel 2012 nello smantellamento della struttura commissariale e nell'iscrizione sul registro degli indagati di decine di persone. A cominciare proprio dai commissari delegati e dai rispettivi staff, per i quali lo stesso magistrato aveva poi chiesto l'archiviazione. Chiusa la partita friulana, però, lo scorso marzo gli atti erano passati immediatamente ai colleghi di Roma. A chiederli era stato il procuratore capo in persona, Giuseppe Pignatone, secondo il quale l'indagine andava non soltanto ripresa, ma soprattutto estesa agli ambienti ministeriali.
Il risultato sono le quasi cento pagine scritte in questi mesi dai magistrati, ancora una volta al lavoro "in tandem" e che descrivono un sistema di finte rappresentazioni ambientali, di appalti milionari per lavori di carotaggio, analisi e bonifiche mai realizzati o semplicemente non necessari e di tangenti camuffate da transazioni ambientali.
Ad aggiungere elementi di prova all'inchiesta, oltre alla marea di intercettazioni effettuate nel corso dell'indagine, sono state le dichiarazioni raccolte da due testimoni "eccellenti": Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani Costruzioni (il grande accusatore dello scandalo sul Mose) e l'ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni.
Nell'informazione di garanzia sono rientrati anche i nomi dei soggetti attuatori che affiancarono i vari commissari delegati: come Dario Danese, Giorgio verri e Vito Antonio Ardone.
"Ripescato" anche Francesco Sorrentino, già ingegnere capo del Genio civile di Gorizia, in qualità di responsabile del Procedimento.
L'elenco degli indagati continua con Simone Fassina, dipendente della società Sviluppo Italia spa, distaccato al ministero dell'Ambiente, Andrea Barbanti, già responsabile di Thetis e consulente di Sogesid, Franco Pasquino e Giorgia Scopece, rispettivamente già commissario e dipendente di Sogesid, Maria Brotto, amministratore delegato di Thetis, Everardo Altieri, vice presidente dello studio Altieri. Nei guai, inoltre, Giampaolo Schiesaro, già avvocato dello Stato di Venezia.
Il sistema. Lui garantiva i fondi e loro, in cambio, distribuivano posti di lavoro e incarichi di consulenza ai suoi amici o a quelli segnalati dal politico di turno. E' un sistema clientelare basato su una fitta rete di collusioni tra l'ex direttore generale Mascazzini, un ristretto numero di società a lui vicine e alcuni esponenti della politica nazionale e regionale quello che emerge dalle carte dell'inchiesta sulla mala-gestione del Commissario delegato per l'emergenza socio economico ambientale della laguna di Grado e Marano.
Per pilotare il denaro pubblico a proprio piacimento e assicurarsi così “la supina ubbidienza di una corte di persone di fiducia”, Mascazzini si sarebbe avvalso di un duplice escamotage. Da una parte, ad assecondarne i piani sarebbero state le società in house al ministero dell'Ambiente (Sogesid e Sviluppo Italia) alle quali poteva assegnare le opere di cui il dicastero necessitava in assenza di gara (proprio per la loro natura pubblica), pretendendo di contro l'assunzione di persone da lui stesso individuate o indicategli dagli onorevoli, gli assessori e i ministri con i quali aveva intrallazzato. Il meccanismo sarebbe stato lo stesso messo a punto a Venezia, dove la presenza di un concessionario unico – il Consorzio Venezia Nuova – consentiva una gestione in proprio degli appalti.
Dall'altra parte, a garantire la disponibilità di “soldi sicuri e immediati” c'era il trucchetto delle transazioni ambientali. Ossia di uno strumento per rastrellare fondi dalle imprese che intendevano costruire sulle aree comprese nel Sin. Stando alle notizie raccolte dagli investigatori, per convincere le aziende a transare, alcuni funzionati ministeriali non avrebbero esitato a minacciare l'invio di ispettori e l'intervento di possibili altri fastidi burocratici su quelli o altri progetti.
Pressioni neanche troppo velate, insomma, finalizzate a indurre le aziende a non opporre resistenza alle richieste di denaro. Del ricorso a scorciatoie e metodi non proprio ortodossi gli inquirenti hanno avuto riscontro sia dalle intercettazioni, sia dalle testimonianze di persone (Baita, Orsoni e alcuni degli imprenditori sentiti) trascinate, talvolta loro malgrado, nel giro di Mascazzini.
A pagare le conseguenze della truffa e del mancato utilizzo delle erogazioni statali per gli scopi per i quali erano stati stanziati (la bonifica delle uniche sezioni di laguna realmente inquinate) sarebbe stata anche la Regione Friuli Venezia Giulia. Ossia l'ente tenuto a finanziare per oltre la metà l'attività commissariale: sia gli stipendi a tutti i componenti della struttura (fino a 30-40 mila euro l'anno, a fronte della partecipazione a qualche riunione) e ai consulenti incaricati da Mascazzini, sia le inutili attività preliminari di sistematica caratterizzazione e analisi dei sedimenti, ogniqualvolta si procedeva ai dragaggi dei canali lagunari, sul falso presupposto che fossero inquinati.
“Come avveniva su tutto il territorio nazionale – scrive il pm Galanti –, la mancata soluzione dei problemi era funzionale al mantenimento del meccanismo emergenziale e delle sue esigenze”. Così per la laguna di Grado e Marano. “Una volta ottenuti i finanziamenti – è ancora la tesi della Procura -, per la bonifica del sito nulla veniva destinato. I soldi si perdono in mille rivoli, costituiti da incarichi di progettazioni, carotaggi continui, dragaggi. Ma nulla a che vedere neanche lontanamente con attività di bonifica”. L'esempio più lampante, in tal senso, è quello riferito alla gestione Moretton (2006-2009).
“I fondi vengono dirottati verso altre opere di ripetitiva caratterizzazione dei canali navigabili – continua il pm -, dragaggi e finanziamento della struttura commissariale, oltre che di tutti i soggetti che gravitavano nell'orbita del ministero, in qualità di consulenti, ovvero negli organismi pubblici di controllo che svolgevano varie attività di monitoraggio, tanto costose, quanto fasulle”. L'obiettivo era per lo più quello di fare risultare concentrazioni di mercurio metilato superiori a quelli reali. La truffa sarebbe cominciata proprio dall'ingigantire un'emergenza ambientale che gli inquirenti ritengono limitata alla sola area dello stabilimento industriale ex Caffaro e al connesso canale Banduzzi.


di Luana De Francisco
da Il Messaggero Veneto del 29 ottobre 2014

mercoledì 29 dicembre 2010

Troppe assenze in aula, salta il Consiglio

Il gruppo del Pd non lesina critiche e attacca su tutti i fronti: una corazzata che fa acqua da tutte le parti

Slitta a domani l'ultimo consiglio comunale del 2010 per mancanza del numero legale. Dopo aver fatto l'appello, al presidente dell'assemblea di palazzo "Luigi Razza" Giuseppe Mangialavori, è toccato chiudere la seduta, nonostante all'ordine del giorno ci fossero nove punti importanti da trattare, tra cui il riconoscimento di alcuni debiti fuori bilancio. Anche la sostituzione tra il consigliere uscente, ora neo assessore Giuseppe Manfrida, e la new entry Maddalena Basile toccherà rimandarla a giorno trenta. Anche se in questo caso la surroga era stata inserita all'ordine del giorno in seconda battuta. All'opposizione, che era presente in numero ridotto, è bastato, quindi, uscire dall'aula per far saltare la riunione. E di primi scricchiolii all'interno «della decantata corazzata della maggioranza» ha parlato il gruppo consiliare del Partito democratico che non ha lesinato critiche all'amministrazione guidata da Nicola D'Agostino. «Dopo le insidie delle buche – si legge nella nota dei consiglieri del Pd – al problema irrisolto dell'acqua ancora inquinata e della spazzatura non poteva mancare, a totale spesa dei contribuenti, l'intuizione di far occupare piazza Municipio da un imprenditore privato per risollevare le sorti della città».Dopo appena otto mesi, per il gruppo di minoranza, spunta dunque il primo flop «forse, perché a qualche consigliere non è andato giù, per un sussulto di dignità, l'applicazione del nuovo "metodo Vibo" che prevede, con la benedizione del pro-sindaco sen. Bevilacqua, il riutilizzo dell'antico sistema bizantino di successione da padre in figlio, mandando così deserta la convocazione del consiglio in prima chiamata». Il gruppo del Pd a proposito ricorda: «Fin dall'inizio con la sperimentazione brillante delle dimissioni del consigliere Modafferi a favore del figlio assunto come assessore ai Lavori pubblici (con spiccata delega alla indizione di conferenze stampa) che ha portato come effetto immediato l'ingresso in Consiglio del nipote del sindaco nella persona del consigliere Capria, si è voluto insistere – annotano anche gli esponenti del Pd – nel nuovo corso della politica vibonese assumendo, quale indispensabile assessore della festosa compagnia, il neo assessore Nicola Manfrida degno erede del dimissionario consigliere comunale e padre dello stesso dott. Giuseppe». Nella nota del Pd non manca, pertanto, anche una buona dose di ironia al punto che invitano «fin da ora per i prossimi rimpasti, i consiglieri di maggioranza, che ne avessero interesse, di mettersi in lista indicando i propri figli, allegando alla domanda il proprio stato di famiglia». E soffermandosi sugli aspetti programmatici i consiglieri di opposizione ricordano: «Per strada si sono persi tutti i proclami in favore di Vibo Marina, sempre più isolata da questa amministrazione, e la nomina di una donna all'interno della Giunta per come più volte annunciato pubblicamente dal Sindaco». I consiglieri del Partito democratico si soffermano per un istante anche sugli aspetti finanziari: «Facciamo veramente fatica a comprendere, perché si sia deciso di appesantire in termini di spesa le casse comunali, con la nomina sopra evidenziata, quando è ormai certificato a soli 8 mesi dall'insediamento, che non si conosce la reale attività svolta dagli assessori, di alcuni dei quali non esiste traccia. Noi come la stragrande maggioranza dei vibonesi – dicono i consiglieri del Pd – non ci facciamo abbindolare da mirabolanti annunci che invece nei fatti si dimostrano inconsistenti e ci batteremo in maniera propositiva ada un decisa inversione di rotta solo ed esclusivamente diretta al bene comune».

da "Gazzetta del Sud" del 29/12/2010

giovedì 16 dicembre 2010

Sul sindaco gli strali di Fli

L'attacco. Duri sulla nomina del nuovo assessore: «Strano pallottoliere». I giovani finiani chiedono risposte al primo cittadino.

«Da settimane», ormai, stanno seguendo «le diverse sventure che colpiscono la provincia e in particolare il comune capoluogo». Quindi, potrebbero addirittura «scrivere un romanzo sulle vicissitudini romanzesche e quasi comiche che sbocciano nella nostra provincia e nella città di Vibo Valentia», dove emerge «un panorama politico che potrebbe somigliare a una sceneggiatura di commedia da quattro soldi, uno spettacolo comico che, però, strappa solo lacrime».
A parlare sono i giovani di Futuro e Libertà per l'Italia, il nuovo soggetto politico fondato dal presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini e che da queste parti fa capo alla parlamentare Angela Napoli in Calabria e a Maria Limardo nel Vibonese.
Riprendendo alcuni passi di un recente intervento pubblico di quest'ultima, i giovani finiani vibonesi irrompono nella discussione politica locale attraverso un documento circostanziato e decisamente duro. Molto duro, soprattutto nei confronti dell'amministrazione comunale del capoluogo di provincia e del suo attuale srndaco, Nicola D'Agostino.
Puntando il dito contro i vertici di Palazzo Luigi Razza e nella fattispecie contro il primo cittadino del Popolo della libertà, i giovani finiani vibonesi, riferendosi alle recenti decisioni assunte proprio da D'Agostino, parlano di «strano pallottoliere» e poi accusano il sindaco e il suo silenzio sulle recenti notizie relative le infiltrazioni mafiose all'Azienda sanitaria provinciale. Un silenzio, evidentemente, non compreso e giudicato probabilmente fuori luogo. Padri e figli. «Ultimo in ordine di tempo», ma «sopratutto il più straordinario degli accaduti e lo strano pallottoliere che il primo cittadino ha attuato nel Comune di Vibo», osservano i giovani di Futuro e libertà per l'Italia. «Abbiamo assistito alle dimissioni del consigliere Francesco Modafferi il cui figlio, Giorgio, è andato ad occupare il posto di assessore ai Lavori pubblici, liberando contemporaneamente il posto al consigliere Giulio Capria, che è nipote del sindaco D'Agostino».
Inoltre, «nella prossima seduta di consiglio comunale, si dimetterà il consigliere Manfrida il cui figlio Giuseppe, è già stato nominato assessore. Quindi, in Consiglio si libererà il posto per Maddalena Basile». Da queste considerazioni, o meglio, da questi accadimenti, scaturisce una domanda che i giovani di Fli rivolgono a Nicola D' Agostino. «Ci può spiegare come è possibile lasciare in eredità le cariche di consiglieri o assessori a figli, nipoti o cugini? E meno male che, con la nuova giunta, doveva essere il nuovo che avanza», commentano.
«Potrebbe mal immaginare quali sarebbero gli appellativi usati nei nostri e nei loro confronti, se i nostri genitori che magari occupano ruoli istituzionali di rilevanza pubblica decidessero di dimettersi a nostro favore? Possiamo suggerirne alcuni raccomandati, incapaci, affaristi», proseguono i giovani finiani vibonesi che poi, rivolgendosi ancora al primo cittadino della città capoluogo, chiedono: «Non crede che noi giovani vibonesi, che ci impegniamo socialmente, che lavoriamo nella nostra provincia, stiamo assistendo ad uno spettacolo a dir poco riprovevole?».
L'Asp e il silenzio. All'attenzione del sindaco, i giovani di Futuro e libertà per l'Italia sottopongono un'altra questione che «intacca la sua figura di primo cittadino. E' mai possibile che viene alla luce, ancora una volta, la collusione della nostra Azienda sanitaria provinciale con la 'ndrangheta e né il sindaco né nessun altro politico, se non gli esponenti di Futuro e libertà e di altre formazioni politiche ovviamente non legate al Pdl, abbiano espresso un parere di condanna verso i mal gestori della cosa pubblica?».
I giovani di Futuro e libertà, insomma, sono «stupiti», anche se -dicono - «ci stupisce molto di più il suo sollazzarsi sui problemi. Più volte l'abbiamo sentito rispondere in apparizioni pubbliche con queste affermazioni o simili: "Soltanto da sette mesi sono sindaco, datemi tempo e imparerò". Perdoni la non precisa correttezza delle parole, ma su per giù suonavano così; signor primo cittadino ma alla sua età e con la sua esperienza lei deve ancora imparare a fare il sindaco? Questo desta in noi molta meraviglia», tuonano.
Conclusioni. «Queste vicende non sono che un assist per tutti noi giovani a fare un biglietto di sola andata per qualsiasi altro posto civilizzato che non sia Vibo Valentia», continuano i giovani finiani, «speranzosi», adesso, di ricevere risposte dal sindaco e soprattutto ai vedere atti tesi ad «affrontare e risolvere le mille altre problematiche che conosciamo. E - concludono i giovani finiani vibonesi, rivolgendosi sempre e direttamente al sindaco Nicola D'Agostino - per favore non ci risponda dicendo che deve ancora imparare a fare il sindaco, altrimenti potremmo dubitare delle sue capacità ricettive.

di Antonio Schinella
da "Il Quotidiano" del 16/12/2010

martedì 28 luglio 2009

Call center Phonemedia proteste e accuse pesanti da parte dei dipendenti

Interrograzione scritta di Franco Amendola.

«Qualcuno vigili sui finanziamenti pubblici che sono stati concessi al gruppo Phonemedia che a Catanzaro è titolare di due call center, Mulivoice e Wccr». E’ questo il senso dell’interrogazione scritta che il deputato Franco Amendola ha presentato al presidente della regione Agazio Loiero e all’assessore alle attività produttive, in merito alla situazione che si è venuta a creare all’interno delle due sedi produttive decentrate del gruppo che ha la sua sede legale a Novara e una unità produttiva anche a Vibo. Il gruppo Phonemedia ha iniziato la sua attività in Calabria a maggio del 2006, usufruendo degli incentivi delle leggi agevolative 488 e Por Calabria. In brevissimo tempo ha espansola sua attività in Calabria acquisendo un call center a Vibo e ampliando l’attività in altre regioni del Sud Italia come la Puglia e la Sicilia. Attività la cui quota parte maggiore è finanziata con leggi agevolative. Catanzaro risulta, per il gruppo Phonemedia la sede più grossa a livello del numero di dipendenti impiegati. Lavoratori che da mesi lamentano ritardi nei pagamenti degli stipendi che, quando vengono corrisposti, non lo sono mai per intero ma spesso in due tranche. Lavoratori che ieri hanno denunciato con forza la situazione che non si limita all’aspetto retributivo, ma anche alla scarsa vivibilità degli ambienti di lavoro. Situazione che per altro era già balzata agli onori della cronaca qualche tempo fa quando, l’azienda incaricata della pulizia e disinfestazione degli locali, aveva terminato il servizio perchè a credito di centinaia di migliaia di euro che non erano mai stati saldati e perciò stesso in grosse difficoltà economiche. Il deputato Franco Amendola, nella sua interrogazione scritta, chiede a gran voce di vigilare sulla destinazione degli oltre undici milioni di euro che la Regione Calabria avrebbe stanziato, a fronte di un regolare bando, a favore dell’attività di Phonemedia. Una situazione a cui, i lavoratori lamentano, non è stata prestata la giusta attenzione da parte dei sindacati.

di N.C.
da "Il Quotidiano della Calbria" del 28/07/2009

mercoledì 13 maggio 2009

La Provincia sotto l’esame dei giudici

Sarebbero monitorati dai magistrati contabili i contratti Co.co.co. sottoscritti nel corso del 2004

La Procura della Corte dei Conti chiede la condanna di amministratori e dirigenti

UN vero e proprio fulmine a ciel sereno piombato sulla Provincia (e non solo sulla Provincia) in modo del tutto inaspettato. La procura della Corte dei Conti di Catanzaro avrebbe depositato una richiesta di condanna, che sarebbe in corso di notifica ai diretti interessati, nei confronti dei componenti della giunta provinciale in carica nel corso del 2004 e di alcuni dei dirigenti di palazzo Ex-Enel, per svariate centinaia di migliaia di euro (si parla di oltre 700 mila euro complessivi). La notizia ancora non è propriamente “ufficiale” ma ad ogni modo sarebbe filtrata attraverso le maglie della riservatezza “politica” la - sciando intravedere alcuni aspetti della vicenda. In particolare, la procura contabile avrebbe monitorato nel corso degli ultimi anni circa duecento contratti Co.co.co. (il simbolo di un sistema basato sul precariato che ha avuto, proprio in quel periodo, ampia diffusione in Italia e non certo minore nel territorio vibonese) risalenti anche agli anni precedenti il 2004. Un monitoraggio che, stando alla richiesta di condanna che sarebbe stata depositata negli scorsi giorni, avrebbe portato la procura della Corte dei Conti a rilevare diverse irregolarità con una conseguente produzione di un ingente danno erariale a carico degli amministratori e dei dirigenti dell’amministrazione provinciale. All’epoca dei fatti la Provincia viveva la fase finale della prima era Bruni ed il conseguente passaggio alla seconda, attraverso la competizione elettorale proprio del 2004 che portò alla riconferma trionfale del già presidente. In questi anni (al momento non è dato sapere di preciso a quale periodo specifico ci si riferisca) a gestire l’amministrazione provinciale, come dicevamo, era il presidente Bruni coadiuvato (nella prima consiliatura) da personaggi politici di primo piano quali Paolo Barbieri, Pietro Giamborino, Lidio Vallone, Giuseppe Ceravolo, Giuseppe De Grano, Girolamo Petrolo, Salvatore Vecchio e Alfonso Del Vecchio. Segretario generale era Domenico Mazzitelli mentre dirigenti erano Comito, De Fina, De Sossi, Ruffa (oggi deceduto) e Vinci. La Procura avrebbe, quindi, chiesto la condanna a vario titolo di diversi dei protagonisti politici di quegli anni che a questo punto dovranno rispondere di fronte alla magistratura contabile delle scelte compiute durante il loro mandato in relazione alla stipula degli innumerevoli contratti di collaborazione coordinata e continuativa che in quegli anni si è avuta. Naturalmente, le responsabilità saranno identificate dalla sezione giudicante della Corte dei Conti singolarmente e la richiesta di condanna (e quindi l’eventuale procedimento giudiziale), possiamo dirlo già da ora, potrebbe anche non riguardare tutti gli amministratori e tutti i dirigenti dell’epoca. Ciò che è certo è che la procura della magistratura contabile ha deciso di vederci chiaro sul punto chiamando direttamente in causa chi si trovava nelle stanze dei bottoni.

di Francesco Ridolfi
da "Il Quotidiano della Calabria" del 13/05/2009

venerdì 1 maggio 2009

Truffa allo Stato, a giudizio in 64

L’operazione avviata dalla Procura nel novembre 2006 ha portato a diversi sequestri scattati nell’aprile 2007

La decisione del gup di Vibo Valentia, Lucia Monaco. Coinvolte anche 6 aziende

VIBO VALENTIA - Ben 64 rinviati a giudizio (con fissazione della prima udienza al 23 giugno) di cui 6 aziende e 58 fra imprenditori e professionisti. Questo l’esito dell’udienza preliminare che vedeva davanti al gup di Vibo,Lucia Monaco, una notevole fetta del mondo imprenditoriale vibonese chiamata a rispondere a vario titolo di accuse come truffa ai danni dello Stato (per frode alla legge 488), malversazione ai danni dello Stato, usura, false fatturazioni per agevolare evasione fiscale e altri reati di natura finanziaria. In sostanza secondo l’accusa gli imputati, avario titolo e fra le diverse contestazioni avrebbero emesso delle fatture su transazioni di beni o servizi nella realtà inesistenti o mai prestati. Il tutto per giustificare spese e uscite connesse ai finanziamenti pubblici. Al termine dell’udienza preliminare il magistrato ha deciso di accogliere le eccezioni presentate dai difensori di Annamaria Arcella, Domenico Buccafurni, Michele Lico, Santo Lico e Caterina Ricciuto disponendo l’annullamento del decreto di fissazione dell’udienza preliminare per un vizio formale e rinviandogli atti al pm. Per Mario Antonio Arcidiacono, invece il gup ha decretato la propria incompetenza territoriale inviandogli atti alla procura di Sala Consilina. Parziale incompetenza territoriale anche per Filippo Alviano che però per alcuni capi di imputazione è stato rinviato a giudizio davanti al tribunale di Vibo. Infine, tre i prosciolti che, quindi, escono totalmente di scena dall’inchiesta avviata dal pm Sisto Restuccia e proseguita dal pm Simona Cangiano. Si tratta di Antonio Michele Bulzomì, Domenico Fuduli e Domenico Gallè per i quali i fatti contestati«non costituiscono reato». Dovranno, dunque, presentarsi innanzi al collegio penale Fortunato Mirabello (‘43), Pietro Naso (’53), Francesco Durante (‘63), Carlo Biagini (‘59), Francesco Mirabello (‘77), Antonio Bertuca (‘70), Maria P. Castagna (‘51),Saverio Caminiti (‘79), Rocco Violi (’43), Vincenzo Ceravolo(‘53), Giovanni Labate (‘56),Vincenzo Pugliese (‘76), Salvatore Vita (‘75), Giuseppe Pugliese (‘54), Giuseppe L. Ceravolo (‘51), Nazzareno Calafati(‘52), Pasquale Vangeli (‘63), Marcello Scarmato (‘73), Mario Nicolino (‘70),Bruno Vena (‘76), Giovanna Chiarello (‘79), Filly Calafati(‘75), Maria Cona Motrici(‘55), Raffaele Greco (‘60), Ernesto Temellini (‘40), Germano Caviglia (‘33), Francesco Mirabello (‘67), Giovanni P. Ceravolo (‘60), Angelo Musumeci(‘47), Domenico Strati (‘49), Giuseppe Palmieri (‘63),Gesualdo Pasceri (‘41), Giuseppe Galli, Gaetano Ascrizzi (‘63), Michele Pannia (‘73),Giuseppe Labate (‘54), Andreotti Paolo Loria (‘44), Rosario Musumeci (‘71), Angelina V. Merlino (‘40), Pasquale Martino (‘63), Francesco Schiavone (‘42), Giuseppe Di Agazio (‘64), Salvatore Ruffa (‘67), Vincenzo Carnovale (‘68), Caterina Micalizzi (‘33),Antonio Violi (‘74), Angelina Crudo (‘69), Pietro Bartuca (‘70), Michele Timpano (‘75),Michele Parrello (‘51), Francesco Amantea (‘56), Luca F. Caruso (‘74), Giuseppe De Biase (‘64), Rosario Gigliotti(‘66), Alberto Zenin (‘32), Giuseppe Vaianella (‘56), Marco Mercatante (‘ 66). Mentre le sei aziende coinvolte sono: Marenostro srl, Cooperativa san Francesco di Paola, Lab Infissi srl, Placet Inox srl,Profiltekna sas, Gel Med snc.

di Francesco Ridolfi
da "Il Quotidiano della Calabria" del 01/05/2009

“Why not”, chiesto il processo

Cade l’accusa di associazione a delinquere per il governatore e il suo predecessore. Per 7 deciderà Milano

Tra i 98 imputati ci sono big della politica regionale, tra cui Loiero e Chiaravalloti

CATANZARO - “Why not”: ultimo atto. Chiuse le indagini preliminari, messe a confronto le tesi dell'accusa con quelle della difesa, il pool di magistrati, che ha lavorato per oltre un anno sulla dirompente inchiesta ereditata dall'ex pm Luigi de Magistris, è arrivato al traguardo. E, senza risparmiare nessuno, ha fatto confluire 98 nomi in una corposa richiesta di rinvio a giudizio partita alla volta dell'ufficio Gip-Gup, dove a giorni sarà fissata l'udienza preliminare, trasmettendo, rispetto alla posizione di altri 7 indagati, gli atti alla Procura di Milano per competenza. In calce al provvedimento la firma del procuratoreEnzo Jannelli e dei sostituti procuratori Alfredo Garbati, Domenico De Lorenzo, Salvatore Curcio e Antonella Lauri, che hanno ripercorso nel dettaglio, capo di imputazione dopo l'altro, tutti gli episodi che vengono contestati agli esponenti del mondo politico e imprenditoriale che, tuttavia, si liberano dell'accusa più pesante, quella dell'associazione a delinquere che coinvolgeva a pieno titolo anche il Governatore Agazio Loiero e il predecessore, Giuseppe Chiaravalloti, tra i nomi eccellenti travolti dalla maxi-inchiesta costruita intorno a un sistema collusivo mai ipotizzato prima in Italia, che avrebbe tenuto le redini di un giro di affari che, secondo l'originario teorema accusatorio, si sarebbe concretizzato nel finanziamento illecito ai partiti e in numerose truffe, ordite grazie all'appoggio di funzionari infedeli e appartenenti ad una sedicente loggia massonica segreta mai individuata, all'ombra di un vero e proprio consociativismo, che avrebbe oltrepassato ogni confine politico, per gestire al meglio l'affare del secolo incentrato sul fiume di denaro erogato dalla Comunità europea. Sullo sfondo, le sacche di precariato intorno alle quali avrebbero costruito la propria fortuna i faccendieri di turno. Inquietanti, secondo i magistrati, gli scenari che avrebbero fatto da sfondo a quei collegamenti a doppio filo tra partiti di diversi schieramenti e tra società private e funzionari pubblici, in un contesto di presunti illeciti consumati nei settori del lavoro interinale e dell'ambiente. Numerosi e gravi i reati che, a vario titolo, rimangono in piedi nella richiesta di rinvio a giudizio e che vanno dall'abuso d'ufficio alla turbata libertà degli incanti, dalla truffa alla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, dalla frode nelle pubbliche forniture al peculato, dalla corruzione per atti contrari ai doveri di ufficio all'istigazione alla corruzione, dall'estorsione alla falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici. Al centro della scena, l'imprenditore Antonio Saladino, ex presidente regionale della Compagnia delle opere di Lamezia Terme nelle cui agende i carabinieri del Reparto operativo avevano trovato appuntato, su alcuni elenchi relativi a personale assunto, anche il nome di tale Loiero poi ricondotto al Governatore, il cui nome era così finito accanto a quello del suo vice di allora, Nicola Adamo, tra i primi ad essere iscritto nel registro degli indagati, in riferimento alla sussistenza di un “sodali - zio criminale, con distribuzione di ruoli tra imprenditori, professionisti e pubblici amministratori, finalizzato, attraverso la costituzione di società e/o la partecipazione in società già costituite, a percepire in modo illecito finanziamenti pubblici, per importi ammontanti a diversi milioni di euro». Quindi, a pioggia, i nomi di parlamentari, amministratori regionali in carica e della passata legislatura, tra cui Luigi Incarnato, Mario Pirillo, Pasquale Maria Tripodi e Diego Tommasi; l'ex assessore ed ex parlamentare Giuseppe Ennio Morrone; l'europarlamentare Domenico Basile; il consigliere regionale Alberto Sarra; l'ex sindaco di Catanzaro, oggi consigliere regionale Sergio Abramo; il deputato Giovanni Dima; il sindaco di Cosenza Salvatore Perugini; gli ex assessori regionali Gianfranco Luzzo e Dionisio Gallo; il consigliere regionale Franco Morelli (An). Ma anche il segretario generale della Giunta, Nicola Durante, e diversi funzionari regionali. E non manca la superteste Caterina Merante, le cui dichiarazioni si erano rivelate decisive nella prima fase all'inchiesta, che la vede sotto accusa solo per una presunta violazione delle norme in materia di occupazione emercato del lavoro, in relazione all'attività della società di lavoro interinale “Why not”.

I NOMI

ABRAMO Sergio, Catanzaro; ADAMO Nicola, Cosenza; ALOISIO Carmine, Isola Capo Rizzuto; ALUFFI Silvana, Cantù (CO); ALVARO Mario, Castrovillari; ANASTASI Pasquale, Palmi; ANDRICCIOLA Pietro, Lamezia Terme; BASILE Domenico, Vibo Valentia; BEVILACQUA Gianpaolo, Lamezia Terme; BIAMONTE Peppino, S. Pietro Apostolo (CZ); BILOTT A Gianluca, Mendicino (CS); BLOISE Raffaele, Mormanno; BORGHI Armando, Cantù (Co); BRUNO BOSSIO Vincenza, Cosenza; CACCURI BAFFA Rosario, Cosenza; CALIGIURI Renzo, Castrovillari; CALVANO Rosario, Rende; CAPOCASALE Francesco, Cosenza; CASELLI Ernesto, Diamante (CS); CEVENINI Giorgio, Pozzuoli; CHIARAVALLOTI Giuseppe, Catanzaro; CITRIGNO Pasquale, Cosenza; CONFORTI Eugenio Luigi, Marano Principato (Cs); COSTANTINO Nicola, Reggio Calabria; CUMI NO Franco Nicola, Corigliano Calabro; CURTO Aldo, Catanzaro; DE GRANO Mariangela, Vibo Valentia; DE GRANO Francesco, Vibo Valentia; DI DONNA Nadia, Cosenza; DIMA Giovanni, Rossano; DITTO Gennaro, Paola; DURANTE Nicola, Catanzaro; ESPOSITO ALFONSO, Diamante; FAGA' Maria Teresa, Catanzaro; FASCI' Saverio, Catanzaro; FRAGOMENI Giuseppe, Reggio Calabria; FRANCO Antonio Michele, Cosenza; FRANZE' Giancarlo, Lamezia Terme; FUSCO Roberto, San Giorgio del Sannio (Bn); GALLO Dionisio, Cotone; GALLUCCI Mariano, Cosenza; GARAGOZZO Nicola, Lamezia Terme; GARGANO Antonio, Palmi (RC);GATTO AntoninoGiuseppe, Rende; GAUDENZI Francesca, Cosenza; GIANNETTI Raffaele, Roma; GENTILE Giuseppe, Cosenza; GIMIGLIANO Fiorino, Cosenza; GIMIGLIANO Mario, Rende (CS); INCARNATO Luigi, Cosenza; INNOCENZI Emilio, Roma; INTRIERI Emilia, Cosenza;LACARIA Giovanni, Lamezia Terme; LA CHIMIAAntonio Alessandro,Lamezia Terme;LAVORATO Fabiano,Nicotera (W); LEMMA Domenico, Reggio Calabria; LEONE Pier Luigi, Roma; LEONETTI Rocco, Mormanno; LlLLO Giuseppe Antonio Maria, Lamezia Terme; LOIERO Agazio, Catanzaro; LOIERO Tommaso, Catanzaro; LUCIFERO Francesco, Crotone; LUZZO Gianfranco, Lamezia Terme; MACRI' Pietro, Vibo Valentia; MAGARO' Marino, Rende; MAGURNO Clara Maierà (CS);MANNA Rolando, Cosenza; MARAFIOTI Pasquale, Seminara; MARASCO Rosalia, Cosenza; MAZZA Antonio, Miglierina (CZ) MERANTE Caterina, Catanzaro; MINOIA Giambattista, Lacchiarella (MI); MONTAGNESE Michele Cinquefrondi; MORABITO Vincenzo Gianluca, Lamezia Terme; MORELLI Francesco, San benedetto Ullano (CS); MORRONE Giuseppe Ennio, Cosenza; MURACA Luigi,Catanzaro ; NOLA Giuseppe, Cassano allo Jonio; PASCALE Giuseppe, Salerno; PASTORE Renato, Asmara (Etiopia); PEGORARI Aldo,Catanzaro, PERUGINI Salvatore, Cosenza; PIRILLO Mario, Amantea (CS); PIZZINI Antonio, Paola; POMETTI Filomeno Corigliano Calabro; POSTORINO Filippo,Campo Calabro; ROMANOCesare Carlo, Bova Marina;SALADINO Antonio, Nicastro; SALADINO Francesco, Catanzaro; SALADINO Saverino, Lamezia Terme; SANESI Cristina, Prato; SARRA Alberto Vincenzo Antonio, Reggio Calabria, SAVAGLIO Sabatino, Cosenza;SCARDAMAGLIA Mario, Lamezia Terme; SCHETTINI Fabio, Roma; SCOPELLITI Rinaldo Cittanova; SIBIANO Lucia, Vico Equense; SIMONETTI Francesco Maria, Gioiosa Jonica; SPATARO Michelangelo, Cosenza; TOMMASI Diego, Cosenza; TRIPODI Pasquale Maria, Montebello Jonico (RC); TURA TIO Renzo, Padova; VACCA Luigi, San Basile (CS); VIA PIANA Antonio, Catanzaro; VIGNA Luciano, Cosenza; VIZZONE Domenico, Rosarno (RC).

di Stefania Papaleo
da "Il Quotidiano della Calabria" del 01/05/2009

giovedì 19 febbraio 2009

Bruni e Bono rinviati a giudizio

Per abuso di ufficio nelle rispettive qualità di ex presidente ed ex dirigente della Provincia

Avrebbero avvantaggiato due dipendenti a danno di un altro.

L'EX PRESIDENTE della Provincia, Gaetano Ottavio Bruni, e un ex dirigente di nomina presidenziale, Ottavio Bono, sono stati rinviati ieri a giudizio per abuso d'ufficio in concorso dal gup del Tribunale di Vibo Valentia Lucia Monaco, su richiesta del sostituto procuratore Enrica Medori. Bruni e Bono sono accusati, ciascuno in relazione all'ufficio ricoperto, di aver abusato del loro potere per recare un ingiusto vantaggio a due dipendenti della Provincia, recando nel contempo un danno ad un altro dipendente ed all'amministrazione stessa. La vicenda è complessa e risale al 2004, periodo in cui Bruni fu rieletto presidente della Provincia e vennero rinominati alcuni dirigenti. Fra questi, Armanda De Sossi e Antonio Vinci, ai quali, secondo la pubblica accusa, Bruni e Bono hanno procurato, con il loro comportamento un ingiusto vantaggio patrimoniale “consistito nell'aver mantenuto senza titolo per diversi anni in disponibilità i posti di ruolo categoria D3 assegnati a predetti, non consentendone la vacanza e quindi l'assegnazione a terzi mediante pubblico concorso”, e ciò contro quanto prescrive il testo unico sul pubblico impiego che prevede il divieto di cumulo di incarichi all'interno della Pubblica Amministrazione. La De Sossi, spiega l'accusa, nel 1999,con Bruni appena eletto presidente di Provincia, venne da questi nominata dirigente e quindi fece richiesta di aspettativa senza assegni. La richiesta, per legge, non avrebbe potuto essere accettata ed invece fu accolta dal dirigente degli Affari Generali Ottavio Bono, il quale firmò la relativa determina. Dopo quattro anni, il primo settembre 2004 (all'inizio del secondo mandatodi Bruni), scrive il pm Medori (ieri sostituita dal pm Francesco Rotondo), Bruni e Bono “procedevano a riammettere la predetta De Sossi nel ruolo categoria D3 dopo 5 anni, qualificando la richiesta di aspettativa del 1999 quale istanza di dimissioni”, con contestuale modifica della determina fatta 5 anni prima. In tal modo, però, anziché sanare l'illecito precedente ne è stato commesso un secondo, perché secondo la legge (127/97) la riassunzione può avvenire soltanto entro 30 giorni dalle dimissioni. Subito dopo, scrive ancora il pm, la funzionaria si è di nuovo dimessa al fine di poter essere rinominata dirigente, salvo essere nuovamente riammessa in servizio come funzionaria (nel novembre 2005). Quanto a Vinci, continua l'accusa, dopo il suo trasferimento da altro ente (Consorzio di Bonifica) avvenuto nel 2002, appena divenuto funzionario categoria D3 della Provincia egli si dimise per assumere l'incarico da dirigente, per poi essere riammesso in servizio come funzionario due anni dopo (2004) e 15 giorni dopo si è ancora dimesso per poter di nuovo essere nominato dirigente. Ma siccome la riammissione in servizio avvenne dopo due anni e quindi ben oltre i 30 giorni previsti dalla legge, anche in questo caso gli autori dei presunti atti illeciti sono stati rinviati a giudizio per abuso d'ufficio in concorso. In pratica, quindi, Bruni e Bono sono accusati di aver permesso a De Sossi e Vinci di essere nominati dirigenti senza essere costretti a dimettersi da funzionari, come vuole la legge che prevede la risoluzione immediata del rapporto di lavoro precedente per chi diviene dirigente. Così, De Sossi e Vinci si sono trovati nella posizione privilegiata di poter occupare due posti ciascuno nella Provincia, uno da dirigente ed uno (indebitamente congelato a loro favore) di funzionario. In questo modo, inoltre, Bruni e Bono avrebbero impedito ad altri di poter legittimamente aspirare a due posti da funzionari, che avrebbero dovuto essere lascianti vacanti ed invece non lo erano. Tra i danneggiati da questo comportamento, quindi come persona offesa, agli atti del procedimento risulta un funzionario, Gianluca Contartese, che secondo il suo legale (avvocato Rita Parentela) essendo arrivato secondo in un concorso pubblico del 2000 e poi essendo stato assunto a parttime 18 ore alla Provincia per scorrimento di graduatoria nel 2002, “non ha potuto esercitare il suo diritto, fin dall'inizio della sua assunzione, alla trasformazione del rapporto di lavoro da part time a tempo pieno, pur ricorrendone tutti i presupposti”. Il gup ha accolto la tesi della Parentela, considerando Contartese persona offesa da reato e quindi ammettendo la sua costituzione di parte civile nel processo che inizierà nel prossimo aprile. Nella lista delle persone (giuridiche) offese c'è anche l'Amministrazione provinciale, che però non si è costituita parte civile.

di R. V.
da "Il Quotidiano della Calabria" del 19/02/2009

Dirigenti "intoccabili". A giudizio Bruni e Bono.

Provincia di Vibo, processo per ex presidente e funzionario.

Il gup Lucia Monaco, accogliendo la richiesta avanzata dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia, ha disposto ieri il rinvio a giudizio dell’ex presidente della Provincia Gaetano Ottavio Bruni e dell’ex dirigente agli Affari generali Ottavio Bono, imputati per abuso d’ufficio in concorso nell’ambito di un procedimento penale istruito dal pm Enrica Medori. Il processo a loro carico si aprirà il prossimo 21 aprile. A Bruni e Bono si imputa di aver procurato «intenzionalmente », a due dirigenti dell’ente assunti a tempo determinato - Armanda De Sossi e Antonio Vinci -, un «indebito vantaggio patrimoniale costituito dall’aver mantenuto senza titolo per diversi anni in disponibilità i posti di ruolo categoria D3 non consentendone la vacanza e quindi l’assegnazione a terzi mediante pubblico concorso». Ciò sarebbe stato possibile attraverso un singolare valzer di collocazioni in aspettativa e dimissioni. Il “trucco” è riassunto nella contestazione prodotta dal pm Enrica Medori, ieri in udienza preliminare sostituita dal collega Francesco Rotondo. Bruni e Bono, avrebbero collocato in «aspettativa senza assegni» la dirigente Armanda De Sossi, funzionario contabile, con determina 175/99 e, contestualmente, avrebbero nominato la stessa dirigente per «il quinquennio 1999- 2004 (fino al 31.08.04)». Quindi, in «aperto contrasto con il divieto di cumulo degli incarichi», con determina numero 82 dell’1 settembre 2004, Bruni e Bono «rimettevano la predetta De Sossi in posto di ruolo categoria D3 dopo cinque anni, qualificando la richiesta di aspettativa del 1999 quale istanza di dimissioni», in contrasto quindi con le norme che regolamentano la «riammissione in servizio a seguito di dimissioni ». Ma due settimane dopo, il presidente della Provincia e il dirigente agli Affari generali avrebbero accettato nuove dimissioni della stessa dirigente De Sossi per «consentirle nuovamente, a far data dal 16.09.2007, di stipulare un nuovo contratto di lavoro a tempo determinato con funzione dirigenziale». Inoltre avrebbero proceduto a «riammetterla in servizio in data 4.11.05 nell’organico di categoria D3 con contestuale revoca delle dimissioni precedentemente assegnate, per poi investire nuovamente la predetta di ulteriore incarico dirigenziale in atto fino al 31.12.06». In pratica un complesso escamotage per cristallizzare a tempo “indeterminato” una posizione dirigenziale solo sulla carta a tempo “determinato”. Lo stesso sistema sarebbe stato adottato in relazione alla posizione di un altro funzionario, Antonio Vinci. Bruni e Bono, infatti, avrebbero «autorizzato - è scritto nella contestazione - in data 30.01.02 il trasferimento in mobilità del dr. Vinci Antonio dal Consorzio di bonifica integrale al settore Affari generali della Provincia». Poi, «dovendo assegnare un posto da funzionario cat. D3», gli imputati «accettavano le dimissioni presentate in data 31.01.02 dallo stesso Vinci dal posto di ruolo cat. D cui era stato ammesso il giorno prima per conferirgli a far data dall’1.02.02 un incarico dirigenziale a tempo determinato », cui seguiva a distanza di circa due anni ed in contrasto con la norma, la «revoca delle dimissioni presentate nel 2002 e la riammissione in servizio con determina n.81 dell’1.09.04 nel posto di ruolo categoria D3, per poi procedere nuovamente ad accettazione delle dimissioni in data 15.09.04 e successivo conferimento incarico dirigenziale a partire dal 16.09.04 e fino al 31.12.06». L’inchiesta del pm Medori ha avuto inizio dopo una denuncia presentata dal dipendente della Provincia di Vibo Gianluca Contartese l’1 agosto del 2006. Dello stesso dipendente, assistito dall’avvocato Rita Parentela, è stata ammessa la costituzione di parte civile già in sede di udienza preliminare. L’ex presidente Bruni e l’ex dirigente Bono sono difesi dall’avvocato Aldo Assisi. Come parte offesa è stata individuata l’amministrazione provinciale nella persona del nuovo presidente Francesco De Nisi, che al momento, però, non ha presentato istanza di costituzione di parte civile.

di Pietro Comito
da "Calabria Ora" del 19/02/2009

sabato 10 gennaio 2009

Dirigenti, contestato l’avviso pubblico

Provincia. L’atto deliberato dalla giunta del presidente De Nisi per la selezione di due posti

«L'ARTICOLO 3 della Costituzione afferma che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Il consigliere provinciale Barbara Citton, Pino Tassi, Renato Giannini e Lele Suppa, rispettivamente responsabili provinciali di Sinistra democratica, Prc e Verdi, citano un articolo della Costituzione italiana nell'esprimere perplessità circa l'avviso pubblico per la selezione di due dirigenti provinciali deliberato dalla giunta presieduta da Francesco De Nisi. Sotto accusa finiscono le scelte assunte dall'esecutivo De Nisi, il quale, ricordano Tassi, Suppa, Giannini e Citton, «aveva preannunciato discontinuità con il passato, piena trasparenza e coinvolgimento dell'opinione pubblica. L'avviso pubblico per la selezione di due dirigenti provinciali nell'area amministrativa e di un dirigente nel servizio idrico integrato e dei rifiuti urbani - spiegano i quattro esponenti politici - non convince per nulla sia per la tempistica che per il periodo». La giunta di Palazzo ex Enel, infatti, il 12 dicembre aveva deliberato l'avviso pubblico, che poi è stato pubblicato sul portale internet della Provincia cinque giorni dopo. Ma ciò che desta perplessità e dubbi è il termine massimo, «risicato», che viene dato per la presentazione delle domande: il 29 dicembre. In pratica, appena dodici giorni dalla data della pubblicazione. Ma, tenendo conto del periodo natalizio e considerando che gli uffici dell'amministrazione provinciale il sabato rimangono chiusi, il tempo si restringe a solo cinque giorni. «Noi non vogliamo pensare a male - aggiungono Barbara Citton, Pino Tassi, Renato Giannini e Lele Suppa - ma quante persone sono venute a conoscenza di questo bando? Saremmo contenti di sapere che sono state presentate decine e decine di curriculum ma francamente non ci sembra che questa scelta sia coerente e conseguente ad un'impostazione di trasparenza e di coinvolgimento della cittadinanza della nostra provincia. Tra l'altro - proseguono - i requisiti di ammissione sono così larghi che permettono la più ampia discrezionalità nella scelta con la possibilità di trovare nei ruoli di direzione persone laureate ma anche non laureate, persone con esperienze professionali evidenti ma anche con esperienze ipotetiche e aleatorie ». Insomma, «in un confuso taglia e cuci è facile poi far scaturire le scelte secondo l'abito che ognuno ha nella propria mente». Per questo i quattro esponenti della sinistra si augurano di «non dover assistere ad una nuova spartizione politica, dove i meriti sono l'appartenenza e la fedeltà a qualche capo corrente ». Una denuncia forte, insomma, quella che giunge da Sinistra democratica, Rifondazione comunista e Verdi che poi lanciano una proposta al presidente della Provincia. «Chiediamo al presidente Francesco De Nisi di far riaprire i termini per la selezione dei dirigenti esterni. Dia esempio - proseguono - di trasparenza, facendo prorogare i termini di almeno 30 giorni», e «pubblicando tutti gli avvisi di concorsi, aste, gare d'appalto sui maggiori quotidiani locali». Perché, chiosano Barbara Citton, Pino Tassi, Renato Giannini e Lele Suppa «da questi comportamenti passa la nuova politica e la nuova gestione amministrativa, altrimenti le parole restano parole e le scelte andranno in tutt'altra direzione ».

di Antonio Schinella
da "Il Quotidiano della Calabria" del 10/01/2009

domenica 13 luglio 2008

Lavoratori a 87 euro al mese


(da "Il Quotidiano della Calabria" del 13/07/2008)

venerdì 22 febbraio 2008

Il singolare caso dell’Eco-Sportello in un territorio col 30% di disoccupati.

ALLE SOLITE - Avviso per cinque posti e qualcuno maligna sul fatto che una delle persone incaricate sia figlio di un consigliere provinciale.
L’UFFICIO - L’Eco-Sportello rimarrà attivo per dieci mesi per informare e divulgare tra i cittadini della provincia la cultura per il rispetto dell’ambiente.
IPOTESI - O a molti disoccupati non interessa lavorare oppure l’avviso pubblico dell’amministrazione provinciale non è stato poi così «pubblico».
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Cinque posti, solo cinque domande e, ovviamente, cinque assunzioni. Un singolare cliché. La constatazione che tra gli incaricati ci sia anche l’ingegnere Raffaele Mangiardi, che qualcuno “maligna” sia figlio del consigliere provinciale Brunino - ex Alleanza nazionale, poi convertitosi sulle rotte “bruniane” del Pdm e poi ancora del Partito democratico -, non tragga in inganno. Incaricato come «collaboratore tecnico cartografico» a 14.400 euro complessivi per dieci mesi (nulla di trascendentale) al servizio dell’Eco-Sportello approntato dalla Provincia, l’ingegnere Raffaele è un ottimo tecnico, un curriculum notevole, esperto in «cartografia informatica». Insomma, nonostante a pensare male, quando si parla delle assunzioni alla Provincia, non sempre si commette peccato, una figura così ci può stare. Stesso discorso per il «coordinatore» dell’Eco- Sportello, l’ottimo tecnico spadolese Nicola Tucci, 16.650 euro per dieci mesi, e per gli altri tre incaricati, un «esperto di animazione territoriale e ambientale», Francesco Lico, e due «collaboratori tecnico-scientifici», Danilo Tavano e Mariateresa Luci, tutti per 10.200 euro complessivi per dieci mesi. Ciò che non può non destar meraviglia è, invece, il fatto che con un indice di disoccupazione che sul territorio sfonda il tetto del 30%, e nonostante per quanto concerne i «collaboratori tecnico-scientifici » da inserire a tempo determinato nell’Eco-Sportello dell’amministrazione provinciale si rendesse necessario solo un semplice diploma di scuola superiore e la conoscenza del computer, agli uffici della Provincia siano arrivate solo cinque domande di partecipazione. Guarda caso, giuste giuste: una per coordinatore ed esperto in gestione dei rifiuti, una per esperto in animazione territoriale, due per collaboratore tecnicoscientifico e una per collaboratore tecnico cartografico. E così, alla commissione presieduta dal dirigente provinciale Gianfranco Comito e composta dall’architetto Fortunato Griffo, dalla dottoressa Mariarosaria Pintimalli, con segretario verbalizzante la ragioniera Manuela D’Andrea, non è rimasto altro che determinare il conferimento dell’incarico alle uniche cinque persone che hanno presentato domanda. Eppure gli avvisi pubblici erano stati approvati, con determina del dirigente numero 83 del 20 settembre 2007, ma al termine di scadenza fissato al successivo 9 di novembre nell’ufficio protocollo sono arrivate appena cinque richieste di partecipazione. Che sia un caso singolare, anche stavolta, è lapalissiano. Ma una spiegazione ci sarà pure: o su questo territorio, in fondo, non c’è tutta questa fame di lavoro, oppure tra i disoccupati vibonesi non ci sono architetti, ingegneri o diplomati disoccupati che sappiano usare il computer. Terza ipotesi: quell’avviso pubblico, forse, non è stato poi tanto pubblico. Scherzi, forse, del solito albo e della pubblicità. Alla fine, ciò che conta, però, è che l’Eco-Sportello, presentato orgogliosamente dall’assessore provinciale all’Ambiente Matteo Malerba, funzioni e raggiunga lo scopo, anche perché sarebbe un peccato sprecare quei 110 mila euro previsti dalla giunta provinciale per un’iniziativa che deve informare, divulgare ed educare all’ambiente, di modo che, tra dieci mesi, Vibo Valentia e la sua provincia acquisiscano quella cultura della gestione sui rifiuti e contro qualsiasi forma di inquinamento che oggi appare lontana anni luce dalla sensibilità di un cittadino che ormai forse non crede più a niente.

di Pietro Comito
da "Calabria Ora" del 22/02/2008

mercoledì 20 febbraio 2008

Posti pubblici senza concorso

La Provincia ne vuole stabilizzare 237 tra cococo, lsu, parenti e raccomandati

L’ESERCITO - Un esercito di precari assunti grazie ai favori della politica che adesso sarà stabilizzato grazie anche al sindacato.

PRESIDENTISSIMO - Nonostante si sia dimesso, Bruni tiene una conferenza stampa e ribadisce il suo impegno per stabilizzarli tutti.
CHI SONO - Una parte minima dei 237 precari ha davvero lavorato per la Provincia La maggior parte non ci ha mai messo piede.
IL SINDACATO - Per Cgil, Cisl e Uil però tutti sono «padri di famiglia in età avanzata» e tutti hanno acquisito il diritto alla stabilizzazione.
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«Approvazione di una nuova pianta organica e rispetto della legalità». Queste le basi da cui partire per arrivare alla stabilizzazione dell’esercito di cococo, Lsu, Lpu, precari, raccomandati, figli, nipoti e cognati di questo o quel politico entrati, negli anni e per “vie” diverse, nei ranghi dell’amministrazione provinciale. Questo quanto ribadito, con la benedizione dei sindacati, da Gaetano Bruni, presidente della Provincia dimissionario, nel corso di una conferenza stampa convocata ieri nella sala della giunta provinciale. Perché le piante organiche degli enti pubblici, dalle nostre parti, non sempre sono costruite per rispondere ad esigenze reali, ma possono anche essere “adattate” e “dilatate” per inglobare (o stabilizzare che dir si voglia) al proprio interno un certo numero di persone. «Padri di famiglia non più in età giovanile - hanno tuonato i sindacalisti Luciano Prestia per la Uil, Donatella Bruni per la Cgil e Sergio Pititto della Cisl - che hanno maturato tutti i requisiti previsti dalla legge per ottenere la stabilizzazione del posto di lavoro». Già, la legge. Quella che dovrebbe essere uguale per tutti. Quella che però, a sentire chi di concorsi alla Provincia ne ha fatti parecchi senza mai vincerne uno, a volte è stata un po’ più uguale per alcuni e un po’ meno uguale per altri. Specie per i tanti partecipanti ai concorsi provenienti da fuori provincia e regione. «Nonostante mi sia dimesso da presidente della Provincia - ha esordito Gaetano Bruni - mi carico di questo problema dovunque io andrò in futuro, a casa o in Parlamento. Tutti gli impegni assunti coi lavoratori ed i sindacati saranno rispettati per come sottoscritti. La nostra disponibilità per stabilizzare tutti c’è stata - ha sottolineato Bruni - ma deve avvenire nel rispetto della legge e delle norme». Quasi come se ciò non fosse ovvio e come se potesse essere diversamente. «Se l’atto deliberativo con cui si era proceduto alla stabilizzazione dei lavoratori è stato poi giudicato in contrasto con la legge - ha rimarcato l’ex presidente della Provincia - la colpa non è nostra». Quindi è stata la volta dei numeri. «Ci sono 237 precari alla Provincia - ha dichiarato Bruni- e noi vorremmo stabilizzarli gradualmente sino al 2010. C’è alla Regione una delibera per 43 Lsu-Lpu, poi ci sono 79 persone con un rapporto di lavoro scaturito dall’applicazione dell’articolo 7 della legge regionale numero 20 del 2003 per i quali la Regione si impegna ad utilizzarli sino al 31 dicembre». Aquesti numeri vanno però aggiunti «una ventina di ex funzionari con 3 anni di lavoro a tempo determinato, per un totale di 137 persone pronte ad essere stabilizzate. Rimangono fuori 100 Cococo - ha detto Bruni - di cui 60 possono essere stabilizzati con i fondi Por, mentre per gli altri non resta che approvare una nuova pianta organica. Perché solo così si possono conferire incarichi a tempo determinato a tante persone - ha concluso l’ex presidente - e il nostro impegno a tal fine non è mai venuto meno, non c’è nessun inghippo e non vedo cosa avremmo dovuto fare di più». «Se inghippo c’è, nasce dal fatto che la Provincia ha rinnovato i contratti a progetto e non quelli a tempo determinato - ha spiegato il sindacalista Luciano Prestia – ma abbiamo già concluso un accordo per arrivare entro il 25 ad una nuova dotazione organica, ad una proroga dei contratti a tempo determinato e poi alla stabilizzazione». Aruota, infine, gli interventi dei sindacalisti Donatella Bruni e Sergio Pititto e dell’assessore Lidio Vallone, tutti concordi sulla necessità di «approvare una nuova pianta organica». Non resta che attendere.

di Giuseppe Baglivo
da "Calabria Ora" del 20/02/2008