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mercoledì 11 febbraio 2015

Altri 10 indagati per l'Alaco. Coinvolte Sogesid e Nautilus.


Scatta la nuova operazione della Procura di Vibo e del Nas di Catanzaro. Si tratta di sette funzionari pubblici e tre imprenditori. Tra questi anche un ex commissario per l'emergenza ambientale. Formulate anche 16 richieste di rinvio a giudizio per il primo troncone dell'inchiesta: chiesto il processo anche per Sergio Abramo e Geppino Camo

VIBO VALENTIA - Non solo l'avvelenamento colposo delle acque destinate a migliaia di calabresi, ma anche una presunta truffa sui controlli che su quelle acque alcune società avrebbero dovuto fare per conto della Regione. È quanto ipotizzato dalla Procura di Vibo guidata da Mario Spagnuolo nell'ambito di "Acqua sporca 2", il secondo troncone dell'inchiesta condotta dal pm Michele Sirgiovanni che riguarda l'invaso artificiale dell'Alaco, un bacino gestito da Sorical che si trova sulle montagne delle Serre vibonesi e che era già stato messo sotto sequestro il 17 maggio 2012. I carabinieri del Nas di Catanzaro stanno notificando in queste ore 10 avvisi di garanzia a sette funzionari pubblici - tra cui alcuni in passato in servizio alla Regione Calabria - e a tre imprenditori ritenuti responsabili, a vario titolo, di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, avvelenamento colposo di acque, abuso d'ufficio, omissione d'ufficio e falso. I carabinieri del Nas hanno inoltre acquisito, nel corso di una perquisizione, documenti nei dipartimenti regionali Ambiente, Obiettivi strategici e Lavori pubblici, e in due società con sede a Vibo Valentia e Roma, la Nautilus e la Sogesid (società in house del ministero dell'Ambiente).
La prima tranche dell'inchiesta ha portato proprio in queste ore alla richiesta di rinvio a giudizio di altri 16 indagati tra funzionari pubblici e dirigenti Sorical. Tra questi anche il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo che, come il suo predecessore Geppino Camo, è indagato in qualità di ex presidente del cda di Sorical. Dal procedimento escono invece molti dei sindaci che in un primo momento erano stati coinvolti nell'inchiesta.
L'invaso dell'Alaco, che serve quasi tutti i comuni del Vibonese e buona parte di quelli del Catanzarese, come emerso già dall'avviso di conclusione delle indagini, non era mai stato classificato correttamente. Invece che procedere alla classificazione delle acque del bacino, infatti, nel momento in cui l'invaso è stato esaminato nell'ambito del piano di tutela della Regione erano state analizzate le acque di due fiumare affluenti. In questo modo l'Alaco era stato classificato in categoria A3, «acque potabili previo trattamento fisico e chimico spinto, affinazione e disinfezione», secondo un'attribuzione che per Nas e Procura non corrisponde al vero.
Ma ci sono anche fondi pubblici dirottati nell'indagine "Acqua sporca due". In particolare sarebbero stati utilizzati diversamente i fondi originariamente destinati all'implementazione tecnico-organizzativa dell'Arpacal. A beneficiarne sarebbe stata un'azienda privata mediante lo svolgimento di una gara d'appalto gestita da un ex commissario per l'emergenza ambientale che, per questo, risulta tra gli indagati.


di Sergio Pelaia
da Corriere della Calabria dell' 11 febbraio 2015

giovedì 30 ottobre 2014

Bonifiche fantasma in laguna, riparte l’inchiesta: nuova raffica di indagati.


Questa mattina sono stati notificati 26 avvisi di garanzia: in cima all'elenco, i tre ex commissari delegati Paolo Ciani, Gianfranco Moretton e Gianni Menchini, già indagati nella precedente indagine, e Gianfranco Mascazzini, per anni direttore generale del ministero dell'Ambiente.


UDINE - Si erano inventati un'emergenza ambientale nella laguna di Grado e Marano, per ottenere i denari dello Stato e spartirseli tra loro: decine di milioni di euro a fronte di un inquinamento inesistente, al solo scopo di riempire le tasche di amministratori e imprenditori dal Friuli e dal Veneto a Roma, negli uffici del ministero dell'Ambiente, dove la truffa era stata concepita e da dove per dieci anni (dal 2002 al 2012) ha continuato a essere manovrata.
Due anni dopo lo scandalo delle bonifiche "fantasma" e la chiusura del Commissario delegato della laguna friulana decretato dall'allora premier Monti proprio alla luce del clamoroso bluff scoperto dalla magistratura udinese, è la Procura di Roma a riproporne il teorema e tornare alla carica con una seconda tornata di avvisi di garanzia: 26 quelli in notifica da stamani, tra Nord Est e Capitale, con nomi e contestazioni vecchi e nuovi.
In cima all'elenco, i tre ex commissari delegati Paolo Ciani, Gianfranco Moretton e Gianni Menchini (politici i primi due, tecnico il terzo), già indagati nella precedente indagine friulana, e Gianfranco Mascazzini, per anni direttore generale del ministero dell'Ambiente.
Nei guai anche Giovanni Mazzacurati, l'ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e della Tethis srl di Venezia travolto dalla bufera giudiziaria sul Mose, e i legali rappresentanti delle società ingrassate a suon di finanziamenti per appalti di opere considerate adesso inutili o mai realizzate: Raffaele Greco, della cooperativa Nautilus, di Vibo Valentia, Alberto Altieri e Guido Zanovello, dello studio Altieri spa di Thiene, Vincenzo Assenza e Fausto Melli, della Sogesid srl di Roma, società in house del ministero dell'Ambiente. E, ancora, Marta Plazzotta, dirigente dell'Arpa di Udine, Massimo Gabellini, alla guida della II Direzione dell'Icram (ora Ispra) e Silvestro Greco, direttore scientifico del medesimo istituto, e Antonella Ausili ed Elena Romano, dell'istituto Ispra (già Icram) di Roma, cioè degli organi deputati a certificare lo stato di salute della laguna.
Per due terzi degli indagati, il pm romano Alberto Galanti ha formulato l'ipotesi di reato dell'associazione a delinquere, finalizzata al falso e alla truffa ai danni dello Stato. L'ammontare della truffa, contestata in concorso a tutti nei periodi di rispettiva competenza, è stato calcolato in circa cento milioni di euro. Mascazzini e altri (Menchini e le due ricercatrici dell'Ispra in un caso, tre manager di Sogesid nell'altro) sono accusati anche di abuso d'ufficio, in relazione agli interventi di messa in sicurezza della Caffaro di Torviscosa e al distaccamento presso il ministero di personale della Sogesid.
Un ulteriore filone riguarda le cosiddette "transazioni ambientali", cioè il pagamento di ingenti somme di denaro che numerosi imprenditori con immobili nel Sito d'interesse nazionale di Porto Marghera (tra cui l'Intermodale Marghera e Fincantieri) sarebbero stati costretti a scucire al ministero dell'Ambiente, che a sua volta li versava al Consorzio Venezia Nuova, per alimentare la struttura e per effetto delle quali l'obbligo di bonifica si trasferiva al dicastero stesso. Il quale, in tesi accusativa, non soltanto non vi avrebbe mai provveduto, ma avrebbe nel tempo incamerato qualcosa come più di 500 milioni di euro. Da qui, l'ipotesi del concorso in concussione a carico di Mascazzini e di suoi fedeli, oltre che di Mazzacurati.
Alle stesse conclusioni era sostanzialmente approdato già il pm di Udine, Viviana Del Tedesco, con la maxi-inchiesta culminata appunto nel 2012 nello smantellamento della struttura commissariale e nell'iscrizione sul registro degli indagati di decine di persone. A cominciare proprio dai commissari delegati e dai rispettivi staff, per i quali lo stesso magistrato aveva poi chiesto l'archiviazione. Chiusa la partita friulana, però, lo scorso marzo gli atti erano passati immediatamente ai colleghi di Roma. A chiederli era stato il procuratore capo in persona, Giuseppe Pignatone, secondo il quale l'indagine andava non soltanto ripresa, ma soprattutto estesa agli ambienti ministeriali.
Il risultato sono le quasi cento pagine scritte in questi mesi dai magistrati, ancora una volta al lavoro "in tandem" e che descrivono un sistema di finte rappresentazioni ambientali, di appalti milionari per lavori di carotaggio, analisi e bonifiche mai realizzati o semplicemente non necessari e di tangenti camuffate da transazioni ambientali.
Ad aggiungere elementi di prova all'inchiesta, oltre alla marea di intercettazioni effettuate nel corso dell'indagine, sono state le dichiarazioni raccolte da due testimoni "eccellenti": Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani Costruzioni (il grande accusatore dello scandalo sul Mose) e l'ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni.
Nell'informazione di garanzia sono rientrati anche i nomi dei soggetti attuatori che affiancarono i vari commissari delegati: come Dario Danese, Giorgio verri e Vito Antonio Ardone.
"Ripescato" anche Francesco Sorrentino, già ingegnere capo del Genio civile di Gorizia, in qualità di responsabile del Procedimento.
L'elenco degli indagati continua con Simone Fassina, dipendente della società Sviluppo Italia spa, distaccato al ministero dell'Ambiente, Andrea Barbanti, già responsabile di Thetis e consulente di Sogesid, Franco Pasquino e Giorgia Scopece, rispettivamente già commissario e dipendente di Sogesid, Maria Brotto, amministratore delegato di Thetis, Everardo Altieri, vice presidente dello studio Altieri. Nei guai, inoltre, Giampaolo Schiesaro, già avvocato dello Stato di Venezia.
Il sistema. Lui garantiva i fondi e loro, in cambio, distribuivano posti di lavoro e incarichi di consulenza ai suoi amici o a quelli segnalati dal politico di turno. E' un sistema clientelare basato su una fitta rete di collusioni tra l'ex direttore generale Mascazzini, un ristretto numero di società a lui vicine e alcuni esponenti della politica nazionale e regionale quello che emerge dalle carte dell'inchiesta sulla mala-gestione del Commissario delegato per l'emergenza socio economico ambientale della laguna di Grado e Marano.
Per pilotare il denaro pubblico a proprio piacimento e assicurarsi così “la supina ubbidienza di una corte di persone di fiducia”, Mascazzini si sarebbe avvalso di un duplice escamotage. Da una parte, ad assecondarne i piani sarebbero state le società in house al ministero dell'Ambiente (Sogesid e Sviluppo Italia) alle quali poteva assegnare le opere di cui il dicastero necessitava in assenza di gara (proprio per la loro natura pubblica), pretendendo di contro l'assunzione di persone da lui stesso individuate o indicategli dagli onorevoli, gli assessori e i ministri con i quali aveva intrallazzato. Il meccanismo sarebbe stato lo stesso messo a punto a Venezia, dove la presenza di un concessionario unico – il Consorzio Venezia Nuova – consentiva una gestione in proprio degli appalti.
Dall'altra parte, a garantire la disponibilità di “soldi sicuri e immediati” c'era il trucchetto delle transazioni ambientali. Ossia di uno strumento per rastrellare fondi dalle imprese che intendevano costruire sulle aree comprese nel Sin. Stando alle notizie raccolte dagli investigatori, per convincere le aziende a transare, alcuni funzionati ministeriali non avrebbero esitato a minacciare l'invio di ispettori e l'intervento di possibili altri fastidi burocratici su quelli o altri progetti.
Pressioni neanche troppo velate, insomma, finalizzate a indurre le aziende a non opporre resistenza alle richieste di denaro. Del ricorso a scorciatoie e metodi non proprio ortodossi gli inquirenti hanno avuto riscontro sia dalle intercettazioni, sia dalle testimonianze di persone (Baita, Orsoni e alcuni degli imprenditori sentiti) trascinate, talvolta loro malgrado, nel giro di Mascazzini.
A pagare le conseguenze della truffa e del mancato utilizzo delle erogazioni statali per gli scopi per i quali erano stati stanziati (la bonifica delle uniche sezioni di laguna realmente inquinate) sarebbe stata anche la Regione Friuli Venezia Giulia. Ossia l'ente tenuto a finanziare per oltre la metà l'attività commissariale: sia gli stipendi a tutti i componenti della struttura (fino a 30-40 mila euro l'anno, a fronte della partecipazione a qualche riunione) e ai consulenti incaricati da Mascazzini, sia le inutili attività preliminari di sistematica caratterizzazione e analisi dei sedimenti, ogniqualvolta si procedeva ai dragaggi dei canali lagunari, sul falso presupposto che fossero inquinati.
“Come avveniva su tutto il territorio nazionale – scrive il pm Galanti –, la mancata soluzione dei problemi era funzionale al mantenimento del meccanismo emergenziale e delle sue esigenze”. Così per la laguna di Grado e Marano. “Una volta ottenuti i finanziamenti – è ancora la tesi della Procura -, per la bonifica del sito nulla veniva destinato. I soldi si perdono in mille rivoli, costituiti da incarichi di progettazioni, carotaggi continui, dragaggi. Ma nulla a che vedere neanche lontanamente con attività di bonifica”. L'esempio più lampante, in tal senso, è quello riferito alla gestione Moretton (2006-2009).
“I fondi vengono dirottati verso altre opere di ripetitiva caratterizzazione dei canali navigabili – continua il pm -, dragaggi e finanziamento della struttura commissariale, oltre che di tutti i soggetti che gravitavano nell'orbita del ministero, in qualità di consulenti, ovvero negli organismi pubblici di controllo che svolgevano varie attività di monitoraggio, tanto costose, quanto fasulle”. L'obiettivo era per lo più quello di fare risultare concentrazioni di mercurio metilato superiori a quelli reali. La truffa sarebbe cominciata proprio dall'ingigantire un'emergenza ambientale che gli inquirenti ritengono limitata alla sola area dello stabilimento industriale ex Caffaro e al connesso canale Banduzzi.


di Luana De Francisco
da Il Messaggero Veneto del 29 ottobre 2014

martedì 28 luglio 2009

Call center Phonemedia proteste e accuse pesanti da parte dei dipendenti

Interrograzione scritta di Franco Amendola.

«Qualcuno vigili sui finanziamenti pubblici che sono stati concessi al gruppo Phonemedia che a Catanzaro è titolare di due call center, Mulivoice e Wccr». E’ questo il senso dell’interrogazione scritta che il deputato Franco Amendola ha presentato al presidente della regione Agazio Loiero e all’assessore alle attività produttive, in merito alla situazione che si è venuta a creare all’interno delle due sedi produttive decentrate del gruppo che ha la sua sede legale a Novara e una unità produttiva anche a Vibo. Il gruppo Phonemedia ha iniziato la sua attività in Calabria a maggio del 2006, usufruendo degli incentivi delle leggi agevolative 488 e Por Calabria. In brevissimo tempo ha espansola sua attività in Calabria acquisendo un call center a Vibo e ampliando l’attività in altre regioni del Sud Italia come la Puglia e la Sicilia. Attività la cui quota parte maggiore è finanziata con leggi agevolative. Catanzaro risulta, per il gruppo Phonemedia la sede più grossa a livello del numero di dipendenti impiegati. Lavoratori che da mesi lamentano ritardi nei pagamenti degli stipendi che, quando vengono corrisposti, non lo sono mai per intero ma spesso in due tranche. Lavoratori che ieri hanno denunciato con forza la situazione che non si limita all’aspetto retributivo, ma anche alla scarsa vivibilità degli ambienti di lavoro. Situazione che per altro era già balzata agli onori della cronaca qualche tempo fa quando, l’azienda incaricata della pulizia e disinfestazione degli locali, aveva terminato il servizio perchè a credito di centinaia di migliaia di euro che non erano mai stati saldati e perciò stesso in grosse difficoltà economiche. Il deputato Franco Amendola, nella sua interrogazione scritta, chiede a gran voce di vigilare sulla destinazione degli oltre undici milioni di euro che la Regione Calabria avrebbe stanziato, a fronte di un regolare bando, a favore dell’attività di Phonemedia. Una situazione a cui, i lavoratori lamentano, non è stata prestata la giusta attenzione da parte dei sindacati.

di N.C.
da "Il Quotidiano della Calbria" del 28/07/2009

venerdì 1 maggio 2009

Truffa allo Stato, a giudizio in 64

L’operazione avviata dalla Procura nel novembre 2006 ha portato a diversi sequestri scattati nell’aprile 2007

La decisione del gup di Vibo Valentia, Lucia Monaco. Coinvolte anche 6 aziende

VIBO VALENTIA - Ben 64 rinviati a giudizio (con fissazione della prima udienza al 23 giugno) di cui 6 aziende e 58 fra imprenditori e professionisti. Questo l’esito dell’udienza preliminare che vedeva davanti al gup di Vibo,Lucia Monaco, una notevole fetta del mondo imprenditoriale vibonese chiamata a rispondere a vario titolo di accuse come truffa ai danni dello Stato (per frode alla legge 488), malversazione ai danni dello Stato, usura, false fatturazioni per agevolare evasione fiscale e altri reati di natura finanziaria. In sostanza secondo l’accusa gli imputati, avario titolo e fra le diverse contestazioni avrebbero emesso delle fatture su transazioni di beni o servizi nella realtà inesistenti o mai prestati. Il tutto per giustificare spese e uscite connesse ai finanziamenti pubblici. Al termine dell’udienza preliminare il magistrato ha deciso di accogliere le eccezioni presentate dai difensori di Annamaria Arcella, Domenico Buccafurni, Michele Lico, Santo Lico e Caterina Ricciuto disponendo l’annullamento del decreto di fissazione dell’udienza preliminare per un vizio formale e rinviandogli atti al pm. Per Mario Antonio Arcidiacono, invece il gup ha decretato la propria incompetenza territoriale inviandogli atti alla procura di Sala Consilina. Parziale incompetenza territoriale anche per Filippo Alviano che però per alcuni capi di imputazione è stato rinviato a giudizio davanti al tribunale di Vibo. Infine, tre i prosciolti che, quindi, escono totalmente di scena dall’inchiesta avviata dal pm Sisto Restuccia e proseguita dal pm Simona Cangiano. Si tratta di Antonio Michele Bulzomì, Domenico Fuduli e Domenico Gallè per i quali i fatti contestati«non costituiscono reato». Dovranno, dunque, presentarsi innanzi al collegio penale Fortunato Mirabello (‘43), Pietro Naso (’53), Francesco Durante (‘63), Carlo Biagini (‘59), Francesco Mirabello (‘77), Antonio Bertuca (‘70), Maria P. Castagna (‘51),Saverio Caminiti (‘79), Rocco Violi (’43), Vincenzo Ceravolo(‘53), Giovanni Labate (‘56),Vincenzo Pugliese (‘76), Salvatore Vita (‘75), Giuseppe Pugliese (‘54), Giuseppe L. Ceravolo (‘51), Nazzareno Calafati(‘52), Pasquale Vangeli (‘63), Marcello Scarmato (‘73), Mario Nicolino (‘70),Bruno Vena (‘76), Giovanna Chiarello (‘79), Filly Calafati(‘75), Maria Cona Motrici(‘55), Raffaele Greco (‘60), Ernesto Temellini (‘40), Germano Caviglia (‘33), Francesco Mirabello (‘67), Giovanni P. Ceravolo (‘60), Angelo Musumeci(‘47), Domenico Strati (‘49), Giuseppe Palmieri (‘63),Gesualdo Pasceri (‘41), Giuseppe Galli, Gaetano Ascrizzi (‘63), Michele Pannia (‘73),Giuseppe Labate (‘54), Andreotti Paolo Loria (‘44), Rosario Musumeci (‘71), Angelina V. Merlino (‘40), Pasquale Martino (‘63), Francesco Schiavone (‘42), Giuseppe Di Agazio (‘64), Salvatore Ruffa (‘67), Vincenzo Carnovale (‘68), Caterina Micalizzi (‘33),Antonio Violi (‘74), Angelina Crudo (‘69), Pietro Bartuca (‘70), Michele Timpano (‘75),Michele Parrello (‘51), Francesco Amantea (‘56), Luca F. Caruso (‘74), Giuseppe De Biase (‘64), Rosario Gigliotti(‘66), Alberto Zenin (‘32), Giuseppe Vaianella (‘56), Marco Mercatante (‘ 66). Mentre le sei aziende coinvolte sono: Marenostro srl, Cooperativa san Francesco di Paola, Lab Infissi srl, Placet Inox srl,Profiltekna sas, Gel Med snc.

di Francesco Ridolfi
da "Il Quotidiano della Calabria" del 01/05/2009

giovedì 18 dicembre 2008

Imprenditori sotto accusa

Indagati per truffa, fatturazione falsa ed evasione fiscale

SETTANTRÉ indagati, di cui sei aziende, chiamati a rispondere di reati gravi che da ieri siedono dinanzi al giudice per l’udienza preliminare in attesa di conoscere se saranno rinviati a giudizio o prosciolti. Si tratta nella maggior parte di imprenditori fra i più importanti del territorio vibonese accusati a vario titolo di truffa ai danni dello Stato, fatturazioni false dirette a certificare spese in realtà mai sostenute, e, in alcuni casi, anche di usura. Un processo che certamente ha destato grande scalpore quando, oltre un anno fa, scattò con il sequestro di numerose aziende e attività fra le più note e importanti del territorio. Ieri il gup Lucia Monaco ha dato inizio alla fase della discussione da parte dei legali della difesa che hanno affrontato la posizione dei propri assistiti con l’obiettivo, naturalmente, di convincere il giudice della loro estraneità ai fatti. Fra gli imputati spiccano nomi eccellenti come l’attuale commissario straordinario della Camera di Commercio, Michele Lico, il testimone di giustizia, Vincenzo Ceravolo, o l’imprenditore Lello Greco, cui si aggiungo numerosi altri esponenti del mondo imprenditoriale e alcune imprese quali la Marenostro Srl, la Cooperativa San Francesco di Paola, la Lab Infissi, la Planet Inox srl, la Profiltekna sas e la Gel Med snc. Enucleare un contesto unitario dai 112 capi di imputazione contestati non è semplice ma quello che emerge da una sommaria analisi è che per la maggior parte si tratta di accuse riconducibili a violazioni inerenti il decreto legislativo 74 del 2000 relativo alla disciplina dei reati in materia di imposte. In particolare la maggioranza delle contestazioni si riferisce ad una violazione dell’articolo 8 del decreto che persegue l’emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti e in conseguenza a ciò anche alla violazione prevista dall’articolo 2 che contesta la dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti. Non mancano, comunque, le contestazioni di truffa messa in piedi, secondo l’accusa, «al fine di ottenere l’erogazione di un contributo pubblico a fondo perduto» che in molti casi fa riferimento al Patto territoriale della Provincia di Vibo Valentia. Nel corso delle prossime udienze, la prima delle quali è stata fissata per l’11 febbraio, sarà completata la fase della discussione da parte dei legali degli indagati al termine della quale il gup Monaco deciderà sul rinvio a giudizio e scioglierà le riserve su alcune eccezioni di genericità del capo di imputazione avanzate dai legali.

di Francesco Ridolfi
da "Il Quotidiano della Calabria" del 18/12/2008

Truffa, imputati davanti al GUP

Sessantasette richieste di rinvio a giudizio. L’11 febbraio le conclusioni.

Si è riaperta ieri mattina ed è stata aggiornata all’11 febbraio, per la conclusione delle arringhe difensive e la replica del pm Simona Cangiano, l’udienza preliminare del maxiprocesso originato dall’operazione coordinata dall’allora sostituto procuratore della Repubblica di Vibo Sisto Restuccia e condotta dalla Guardia di finanza, che il 16 aprile 2007 portò all’emissione di diversi provvedimenti di tipo cautelare da parte del gip Vincenzo Capomolla e alla notifica di una pioggia di informazioni di garanzia. Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, malversazione ai danni dello Stato, reati fiscali, queste a vario titolo le accuse sostenute dalla Procura, ieri rappresentata in aula dal pm Silvia Golin. Imputati, davanti al gup Lucia Monaco, Fortunato Mirabello (’43), Domenico Buccafurni (’62), Michelino Roberto Lico (’64), Santo Lico (’30), Pietro Naso (’53), Francesco Durante (’63), Carlo Biagini (’59), Francesco Mirabello (’77), Antonio Bertuca (’70), Maria Provvidenza Castagna (’51), Saverio Caminiti (’79), Caterina Ricciuto (’69), Rocco Violi (’43), Vincenzo Ceravolo (’53), Filippo Alviano (’58), Giovanni Labate (’56), Vincenzo Pugliese (’76), Salvatore Vita (’75), Giuseppe Pugliese (’54), Giuseppe Leonardo Ceravolo (’51), Antonio Michele Bulzomì (’42), Domenico Gallé (’47), Domenico Fuduli (’48), Nazzareno Calafati (’52), Pasquale Vangeli (’63), Marcello Scarmato (’73), Mario Nicolino (’70), Bruno Vena (’76), Giovanna Chiarello (’79), Filly Calafati (’75), Maria Cona Mobrici (’55), Raffaele Greco (’60), Ernesto Temellini (’40), Germano Caviglia (’33), Francesco Mirabello (’67), Giovanni Pietro Ceravolo (’60), Annamaria Arcella (’75), Angelo Musumeci (’47), Domenico Strati (’49), Giuseppe Palmieri (’63), Gesualdo Pasceri (’41), Mario Antonio Arcidiacono (’59), Giuseppe Galli (’65), Gaetano Ascrizzi (’63), Michele Pannia (’73), Giuseppe Labate (’54), Paolo Loria Andreotti (’44), Rosario Musumeci (’71), Angelina Virginia Merlino (’40), Pasquale Martino (’63), Francesco Schiamone (’42), Giuseppe Di Agazio (’64), Salvatore Ruffa (’67), Vincenzo Carnevale (’68), Caterina Micalizzi (’33), Antonio Violi (’74), Angelina Crudo (’69), Pietro Bertuca (’70), Michele Timpano (’75), Michele Parrello (’51), Francesco Amantea (’56), Luca Francesco Caruso (’74), Giuseppe De Biase (’64), Rosario Gigliotti (’66), Alberto Zeni (’32), Giuseppe Vaianella (’56), Marco Mercatante (’66). Secondo la tesi accusatoria, le imprese avrebbero dimostrato «falsamente » di aver sostenuto oneri per realizzare certi investimenti al fine di ottenere le erogazioni pubbliche. Pertanto, sulla base degli elementi probatori forniti dal pm Restuccia, l’allora gip Vincenzo Capomolla dispose il sequestro preventivo della somma di 5.050.101,17 euro - contributi pubblici ancora in attesa di erogazione da parte del Ministero per lo Sviluppo economico - nonché delle sei aziende destinatarie: la Marenostro srl, con sede a Portosalvo, attiva nella trasformazione dei prodotti ittici e assegnataria di un contributo, derivante dal Patto territoriale, di 11.742.173 euro, di cui 7.828.113 già erogati; la Cooperativa San Francesco di Paola scarl, con sede a Portosalvo, che si dedica all’itticoltura, assegnataria di un contributo, sempre derivante dal Patto territoriale, di 1.738.280 euro, di cui 1.158.851 già erogati; la Lab Infissi srl, con sede a Maierato, che si occupa della produzione di infissi, assegnataria di un contributo, nell’ambito della legge 488/92, di 1.024.878 euro, dei quali 922.390 già erogati; la Planet Inox srl, con sede a Vibo Valentia, operativa nella produzione di accessori in alluminio per la nautica, assegnataria, sempre ai sensi della legge 488/92, di un contributo di 1.426.750 euro, dei quali 608.094 già erogati; la Gel Med snc, con sede a Vibo Valentia, attiva nella produzione e commercializzazione di gelati, assegnataria ai sensi della 488/92 di un contributo di 1.053.764, dei quali 925.544 già erogati; la Profiltekna sas, con sede a Vibo Valentia, dedita alla produzione di porte e finestre metalliche, assegnataria di un contributo di 406.431 euro, dei quali 270.954 euro già erogati ai sensi della legge 448/92.

di Pietro Comito
da "Calabria Ora" del 18/12/2008